
B. Borroni, Rose rosse
Quando essere innamorate significa soffrire,.....stiamo amando troppo.
Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza......stiamo amando troppo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute, stiamo decisamente amando troppo. Amare troppo è calpestare, annullare se stesse....
tratto da "Donne che Amano troppo" di Robin Norwood

Per anni ho rincorso un sogno.
Ma si stava trasformando in incubo.
C'è voluto un dolore così tanto profondo,
per arrivare a soffrire di meno.
Ora sono fuori da quel vortice.
Libera.

"Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola coppa, scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d'essere solo."
(Kahlil Gibran)

Vincent van Gogh, Campo di papaveri
Avevo appena sostenuto l’esame di maturità e mi sentivo libera come non mi era mai accaduto nei precedenti anni, libera da un peso che, sebbene fossero in molti a dirmi che non era proprio il caso mi preoccupassi, avevo avvertito tanto pressante. Ricordo le notti insonni sui libri, a ripassare, ad approfondire, a valutare tutte le variabili che mi avrebbero portato al successo o all’insuccesso. Ero sempre stata molto brava a scuola, ma, in quel frangente, l’insicurezza e il dubbio avevano il sopravvento, temevo di deludere le aspettative e, soprattutto, di deludere me stessa. Avevo scelto, come prima materia, italiano e non mi sarei aspettata che vi affiancassero filosofia. Non ho mai amato questa disciplina, la trovo molto poco pratica, più adatta a chi ama ragionare per assurdi, formulare ipotesi, fondata solo sul pensiero e non sull’azione, senza poter sperimentare concretamente e occare con mano. L’avevo studiata sempre malvolentieri, e, sebbene riuscissi ad ottenere buonissimi risultati, ero consapevole di non averne una visione globale, ma piuttosto frammentaria, cosa che non mi permetteva di fare pronti collegamenti o di ricordare con precisione. Nell’intervallo tra gli scritti e l’orale, dovetti fare salti mortali per riprendere il programma dall’inizio, cercare di capire e tenere tutto a mente.
L’esame andò benissimo comunque e, dopo i risultati, andai in vacanza in un piccolo paese di duecento anime appena, per lo più parenti, alla sommità dell’Appennino marchigiano, con al centro una piazza talmente grande che avrebbe potuto comodamente contenere interamente le sue case. Un paese che sembrava uscito da un quadro naif, collegato alla valle da una strada sretta che s’inerpicava e finiva su su per la montagna, conducendo ai prati, da dove si potevano scorgere altre montagne ancora più alte, colline degradanti, paesi e cittadine e, in fondo in fondo, nelle giornate più limpide, il mare. Di particolare aveva il nome, che faceva presagire la presenza di un lago, ma il lago non c'era, né so se fosse mai esistito, forse in era preistorica. Molti erano i turisti che si avventuravano fin lassù, ingannati dai cartelli stradali, alla ricerca di uno specchio d'acqua tra i monti. D'inverno, la neve abbondante isolava gli abitanti per giorni interi, finché non riuscivano a liberare quell'unica via di comunicazione. Poco prima di arrivare alle abitazioni, sempre lungo la strada, un abbeveratoio-lavatoio in pietra bianca, incassato in un masso di roccia, con acqua freschissima della sorgente più sopra, era la meta preferita delle nostre passeggiate, dove sostavamo a lungo a parlare. Al crocevia, vicino al quale svettava il campanile di una minuscola chiesa, esagratamente alto in confronto alla piccolezza del restante edificio, le cui campane suonavano annunciando l'ora della messa, delle funzioni, dei funerali e per allontanare il pericolo di temporali portatori di grandine, devastanti per i miseri raccolti di una terra poco produttiva, la strada si divideva in quattro rami: il primo, poco più giù, si allargava nell’enorme piazza di breccia bianca, polverosa, circondata dalle case più antiche, da alberi di tiglio e noce, e rustiche panchine di tavole e travi, appoggiate su massi di pietra, dove gli anziani trascorrevano gran parte della giornata, osservando quel fermento inusuale, proprio solo della stagione estiva. In fondo, a destra, un gioco di bocce costruito alla meglio, con materiali di fortuna raccapezzati e non rifiniti, pezzi di latta e legno come sponde, un fondo non so quanto in piano, ma l'espediente serviva per passare il tempo, in quell'atmosfera irreale di staticità, in cui proprio il tempo sembrava essersi fermato. Prima ancora di arrivare allo slargo, sulla destra, una minuscola costruzione anni '50, squadrata, che stonava clamorosamente con tutto il contesto del centro storico, ospitava la scuola elementare, formata da un'unica pluriclasse per i pochi bambini di età varia, residenti nel posto, e la maestra, che trascorreva lì gran parte dell'anno, fatta eccezione per le vacanze. L'altra ramificazione della via principale conduceva alla parte alta del paese, dove le case erano più ravvicinate, arroccate, costruite su roccia; un'altra, che poco dopo diventava viottolo erboso, guidava verso il piccolo silenzioso cimitero, le cui tombe interrate risalivano a tempi antichissimi e racchiudevano gelosamente la storia del luogo. L’altra diramazione si dirigeva al monte e al rifugio, al cui inizio troneggiava un' edicola in pietra con tetto di legno e coppi, consumato dal tempo e dalle intemperie. Questa, sempre stracolma di un miscuglio di mazzi di fiori campestri freschi, appassiti e secchi, racchiudeva, al suo interno, un Crocifisso, ormai scolorito e mancante di qualche buon pezzo, resti di lumini di cera, barattoli di latta arrugginita usati pr mettere i fiori e una miriade di formiche in interminabili file. Lungo la via, a tratti in salita, a tratti in piano, si potevano scorgere ampi prati di un verde brillante, mucche e pecore al pascolo e alberi ombrosi.
Sulla piazza, una bottega, l’unica: fungeva da bar, alimentari, merceria, ferramenta, farmacia, telefono pubblico….c’era di tutto e non c’era mai niente di quello che poteva servire d’urgenza. In una stanza, posta su uno scaffale in alto, la televisione, credo l'unica esistente in paese. Era anche ristorante, o meglio, aveva la pretesa di esserlo, con tavolini, sedie e tovaglie a quadretti che, all'occorrenza, venivano accatastati per fare più spazio. Gli avventori domenicali, provenienti dalle cittadine a valle, salivano per gustare tagliatelle fatte in casa, polenta, salumi, formaggio, carne alla brace, funghi del monte, erba di campo, patate e pane cotto a legna. Arrivavano con le auto giù fino alla piazza, sollevando un polverone che stentava a dissolversi, chiassosi e con aria di sufficienza, come per farla da padroni. Non erano ben visti dalla gente del posto, disturbavano la quiete e sconvolgevano quell' atmosfera tranquilla, quel senso di pacatezza e quel silenzio proprio della vastità del luogo: in quell'enorme spazio, pur vivendolo quotidianamente come fosse casa propria, pur se molti degli abitanti vi si riversavano a gruppi o in solitudine, nessuno disturbava la tranquillità dell'altro, nessuno rubava spazio all'altro. E le scorribande di comitive vocianti ed irrispettose, non facevano altro che alterare quell'equilibrio diventato, ormai, modo di vivere condiviso dall'intera comunità.
Le donne del paese si accordavano per accendere l’unico forno, comune a tutti, e si assisteva al via vai incessante di pane appena lievitato adagiato su assi di legno e coperto da teli bianchissimi, teglie di carne, verdure, dolci, una processione che durava fino all’imbrunire. Quelle sensazioni di solidarietà, allegria, convivialità, comunione e quei tanti profumi, li porto ancora dentro. Il forno era situato poco sotto casa di mia nonna, all’inizio dell’aia, piastrellata con pietra bianca, lucida per il continuo calpestare, circondato da alberi di fico e di visciole, arbusti di rosmarino, alloro e rose selvatiche e, ancora oltre, alcuni pagliai dal colore brunastro. Amavo assistere al rituale della preparazione, dell'accensione del fuoco, a cui partecipavano anche gli uomini, e della cottura dei cibi, eclusiva riservata alle sole donne, in quell'atmosfera di festa, tra il vociare scomposto delle comari, le risate, gli scherzi, le battute e lo scorazzare libero di galline, oche, anatre e tacchini perennemente inseguiti da gatti e cani. Poco più là, uno spiazzo degradava dolcemente, quasi fosse una naturale balconata piena di papaveri di un rosso vivo, cespugli bianchi di camomilla e il giallo delle ginestre, i cui odori si acuivano maggiormente nelle serate più calde, e la vista si allargava verso le montagne lontane e le colline sottostanti. Al tramonto, l'aria diventava cristallina e frizzante, i colori si accendevano e le forme si facevano più nitide, più delineate, fino a scomparire nel buio assoluto, inghiottite da un cielo nero come la pece, punteggiato di milioni di stelle.
In un paesino così minuscolo, al limite del surreale, non c’era poi tanto per noi giovani, eppure ci ritrovavamo tutti lì, all’inizio dell’estate, come per un tacito appuntamento. Amici, cugini, zii, chi prima, chi più tardi, ritornavano dopo un anno di lontananza ed era come se nessuno di noi fosse mai partito: l’atmosfera goliardica e scanzonata si ristabiliva in un attimo e si organizzava di tutto, in breve tempo, bastava lanciare un’idea, fare una proposta, prendere l’iniziativa, che tutti collaboravano, e si passava da una casa all’altra, da un posto all’altro, insieme, senza discutere, di comune accordo. Bastava poco per star bene, c’era entusiasmo, non si era alla ricerca dell’eccesso, del divertimento a tutti i costi, nessuna falsità nelle risate gioiose e spontanee. Eravamo in molti, abitavamo in varie parti d’Italia e qualcuno anche all’estero; avevamo culture diverse, anche vite molto diverse e tante esperienze da raccontarci. I pochissimi nostri coetanei che risiedevano nel paesino, attendevano con ansia, ogni estate, questa truppa di chiassosi giovani amici ed era una festa continua, fino a notte inoltrata, all’aperto, sotto le stelle, sdraiati sui plaid e avvolti nei maglioni di lana, stretti in cerchio attorno ad un falò, a suonare la chitarra, a cantare, a fare scorpacciate di fichi appena raccolti, a cuocere i “tutoli” rubati nei campi, fin quasi all’alba. Eravamo spensierati, non conoscevamo la noia né il senso di solitudine né la tristezza. Eppure la vita non era facile, le nostre famiglie facevano immani sacrifici, le comodità erano privilegio di pochi, non avevamo che qualche spicciolo in tasca, ma guardavamo al futuro con occhi sereni, colmi di speranza ed aspettativa. Quello che ci mancava era tanto, ma avevamo la capacità di dare grande valore a quel poco che, invece, possedevamo e che ora riconosco fosse la vera ricchezza.
Intuii subito, appena arrivata, che c’era qualcosa di nuovo, un fermento diverso tra le amiche del nostro gruppo. Non si faceva altro che parlare di un ragazzo, Pedro, di origine spagnola, fratello della moglie di un mio cugino, arrivato in Italia per una vacanza, ma lì di passaggio. Non avevo prestato molta attenzione ai discorsi che le mie amiche facevano su di lui, sebbene mi chiedessero insistentemente se l’avessi visto, mostrandosi dubbiose al mio diniego. Sembrava molto strano che non mi fossi imbattuta con lui, dato che abitava in un appartamento situato nella stessa palazzina dove mi recavo spesso a far visita ai miei parenti. Eppure, per giorni non mi capitò mai d’incrociarlo. Sentivo solo rumori e musica provenire dal piano di sopra, nient’altro. Non ero incuriosita, nonostante parlare di lui fosse diventato l’argomento principale dei discorsi della nostra comitiva. Ricordo che una mattina venne a cercarmi Maria, la sorella, e mi chiese il favore di includere anche Pedro nel nostro gruppo, dato che trascorreva intere giornate in camera, da solo, e, viste anche le difficoltà della lingua, non sarebbe riuscito ad inserirsi e fare amicizia senza l'aiuto di qualcuno. "Proprio io, con tanti che ce ne sono in giro", pensai subito. Ero abbastanza contrariata, lo vedevo come un impegno e una limitazione alla mia libertà di movimento, ma non potevo far altro che acconsentire alle richieste. Sperai solo, in cuor mio, che fosse diverso dalla sorella......Fu così che lo conobbi. Andammo in camera sua, piena di musicassette, ordinatissima. Fu ciò che notai subito, ancor prima di metterlo completamente a fuoco.
Era sdraiato, forse sonnecchiava. Si alzò piuttosto imbarazzato. Di fronte a me avevo il più bel ragazzo mai visto. Compresi immediatamente il perché di quel tanto parlare: capelli neri, ondulati, leggermente lunghi sulla nuca, carnagione olivastra, fisico atletico, muscoloso, occhi di un verde incredibile, un sorriso smagliante, bellissimo. Era di cinque anni maggiore di me e aveva sempre lavorato, in Francia e Germania, per mantenersi agli studi di medicina.
Ci presentammo, solo i rispettivi nomi e una stretta di mano. La sorella doveva necessariamente tradurre. Mi chiese se parlavo spagnolo, poi tedesco e infine francese. Niente di tutto ciò, solo un po’ d’inglese, fresco di studi, ma era lui a non conoscerlo. Alla mia battuta scoraggiata: “E allora, mi sai dire come facciamo?”, si mise a ridere, ne fui contagiata e, tra noi, s’istaurò immediatamente simpatia. Da allora divenne la mia ombra, il mio angelo custode, non mi lasciava un attimo. Riuscivamo a comprenderci con qualche parola di spagnolo misto all’italiano, ma soprattutto a gesti. Parlavo di più io, cercavo di farmi capire, mi seguiva attentamente, a tratti sembrava comprendere, a volte annuiva, altre volte, per quanto si sforzasse, era chiaro che non riusciva a seguire i miei discorsi. Se eravamo in comitiva, una parola tira l’altra, un po’ di francese, un po' di tedeso, lingue che lui conosceva perfettamente, era più semplice. Ma, a tu per tu, a volte il silenzio era inevitabile. Però non c’era imbarazzo, tra noi. Mi guardava negli occhi, diretto e sorridente, ma arrossiva, se anche il mio sguardo si faceva insistente. La sera, dopo giornate solitamente trascorse tra picnic in montagna con tutti gli amici, passeggiate o gite in posti più lontani, zeppati quanti più possibile nella sua auto e nelle poche altre a disposizione della comitiva, mi riaccompagnava a casa e, sempre a gesti e con un buffo miscuglio di parole quasi incomprensibili, con quella piacevole musicalità che contraddistingue la sua lingua d'origine, faceva concitati programmi per l’indomani, con entusiasmo, sempre sicuro di sé e volitivo. Poi seppi, per caso, che era anche un abile ballerino di flamenco. Dovetti insistere a lungo affinché cedesse alle richieste di un’esibizione. Fu entusiasmante, coinvolgente. Per tutto il tempo non mi tolse gli occhi di dosso e vedevo gli sguardi ammiccanti, i sorrisetti allusivi degli amici e anche una punta d'invidia nelle ragazze. Ho il ricordo della bellezza del suo corpo flessuoso nei movimenti precisi e sensuali e della passione che sprigionava da ogni suo gesto.
Di lì a poco iniziarono a stuzzicarmi, a prendermi in giro, alludendo al mio rapporto con Pedro. Insistevo nel dire che la nostra era solo amicizia, ma con sicurezza affermavano che ero cieca a non accorgermi del suo interesse nei miei confronti. Sempre più spesso lui cercava di rimanere da solo con me, di staccarci dal gruppo, ma non avevo dato alcun peso al suo atteggiamento, di solito ero io che decidevo cosa fare e si mostrava sempre accondiscendente e disponibile. Stranamente, rimandava la partenza, giorno dopo giorno, questo sì. Non l’avevo certo imputato al fatto che si fosse preso una cotta per me, ma che stesse gradatamente inserendosi all'interno della comitiva e trovava divertente stare con noi. Poi partii per il mare, al sud, un regalo per il diploma. Ricordo ancora, come fosse oggi, io in cima alle scale esterne della vecchia casa di mia nonna, lui in fondo, bellissimo, lo sguardo magnetico, con una rosa rossa in mano. Era venuto a salutarmi. “Te spetto achì”, mi disse in un misto di spagnolo e italiano. Ebbi allora la certezza che era rimasto per me.
(continua……)

Pierre Auguste Renoir, Rose et jasmin
If blood will flow when flesh and steel are one
Drying in the colour of the evening sun
Tomorrow's rain will wash the stains away
But something in our minds will always stay
Perhaps this final act was meant
To clinch a lifetime's argument
That nothing comes from violence and nothing ever could
For all those born beneath an angry star
Lest we forget how fragile we are
On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are
On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are
Sting

Claude Monet, La colazione
Magari toccasse a me
prendermi cura dei giorni tuoi
svegliarti con un caffè
e dirti che non invecchi mai...
Sciogliere i nodi dentro di te
le più ostinate malinconie.. magari
Magari toccasse a me
ho esperienze e capacità
trasformista per vocazione
per non morire, che non si fa...
Puoi fidarti a lasciarmi il cuore
nessun dolore lo sfiorirà.. magari!
Magari toccasse a me
un po' di quella felicità... magari.
Saprò aspettare te
domani, e poi domani, e poi... domani .
Io come un' ombra ti seguirò
la tenerezza è un talento mio.
Non ti deluderò
la giusta distanza io.
Sarò come tu mi vuoi
ho un certo mestiere anch'io.. mi provi... mi provi.
Idraulico o cameriere
all'occorrenza mi do da fare.
Non mi spaventa niente
tranne competere con l'amore,
ma questa volta dovrò riuscirci
guardarti in faccia senza arrossire... magari...
Se tu mi conoscessi
certo che non mi negheresti.. due ali.
Che ho un gran disordine nella mente
e solo tu mi potrai guarire... rimani.
Io sono pronto a fermarmi qui
se il cielo vuole così.
Prendimi al volo e poi
non farmi cadere più
da questa altezza sai
non ci si salva mai... mi ami? Magari...
Mi ami? Magari...
Renato Zero

Renato Zero

Claude Monet, Donne in giardino
Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo la caduta, che uno dice…è finita. No. Finita mai, per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina antiuomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina hai un esame peggio che a scuola….Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno e questo noviziato non finisce mai, e sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo, che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno si infiltri nella tua vita. Peggio, se ci rimani presa in mezzo tu, poi ci soffri come un cane. Sei stanca. C'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto, e così stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre…."io sto bene così, sto bene così, sto meglio così"…e il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasque, in quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima, ed è passato tanto tempo e ce ne hai buttata talmente tanta, di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio, perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui. E so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta. Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine, ed è stata crisi. E hai pianto. Dio, quanto piangete. Avete una sorgente d'acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance.
E poi hai scavato, hai parlato…quanto parlate ragazze.
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore…."perché faccio così?"…"com'è che ripeto sempre lo stesso schema?"…"sono forse pazza?"…Se lo sono chiesto tutte. E allora... vai, giù con la ruspa nella tua storia, a due, quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli, un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque. Ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova "te", perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa…
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente, innamorarsi di nuovo di se stessi o farlo per la prima volta è come un diesel, parte piano. Bisogna insistere, ma quando va in corsa... E' un'avventura ricostruire se stesse, la più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende, o dal taglio dei capelli. Io ho sempre adorato donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire…"attenti…il cantiere è aperto…stiamo lavorando per voi... ma soprattutto per noi stesse…".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia, per chi la incontra e per se stessa.
E' la primavera a novembre. Quando meno te l'aspetti........
Jack Folla, Donne in rinascita

Vincent Van Gogh, Vaso con rose
Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.
Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.
Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.
Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.
Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.
Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.
Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.
Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.
Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.
Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta.
Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.
Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.
Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.
"TUTTO QUELLO CHE ACCADE, ACCADE PER UNA RAGIONE"
(Gabriel García Márquez)

Vincent Van Gogh, Flor de amendoeira
Vorrei essere diversa da quella che sono.
Vorrei avere un'altra vita da vivere e, questa, non averla vissuta.
Vorrei avere per me un'altra occasione.
Vorrei non sentire la solitudine di ogni mattino e la desolazione di ogni notte.
Vorrei avere un amore, un amore che, quando mi è accanto, escluda il resto del mondo.
Vorrei saper catturare i suoi pensieri ed essere il suo pensiero costante.
Sì, questo vorrei.......
Vorrei non vivere di eccessi per colmare i vuoti.
Vorrei che il vuoto si riempisse di sguardi, sorrisi, carezze, abbracci.
E non vorrei più, dovunque io sia, essere altrove.

Van Gogh, Field with cypresses
![]()
Canti e a sole e cielo col tuo canto
la tua voce sgrana il cereale del giorno,
parlano i pini con la lor lingua verde:
gorgheggiano tutti gli uccelli dell'inverno.
Il mare empie le sue cantine di passi,
di campane, di catene e di gemiti,
tintinnano metalli e utensili,
suonano le ruote della carovana.
Ma solo la tua voce ascolto e sale
la tua voce con volo e precisione di freccia,
scende la tua voce con gravità di pioggia,
la tua voce sparge altissime spade,
torna la tua voce carica di viole
e quindi m'accompagna per il cielo.
![]()
Pablo Neruda

Vincent Van Gogh, Starry Night
![]()
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio: «La notte è stellata, e tremano, azzurri, gli astri, in lontananza.»
Il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.
L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l'ho più. Sentire che l'ho persa.
Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza lei.
E il verso scende sull'anima come la rugiada sul prato.
Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.
La notte è stellata e lei non è con me.
Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.
La mia anima non si rassegna d'averla persa.
Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d'allora, già non siamo gli stessi.
Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.
D'un altro. Sarà d'un altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.
Ormai non l'amo più, è vero, ma forse l'amo ancora.
È così breve l'amore e così lungo l'oblio.
E siccome in notti come questa l'ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d'averla persa.
Benché questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.
![]()
Pablo Neruda

Claude Monet, Field of poppies
![]()
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
![]()
Pablo Neruda

Gustav Klimt, Pesci d'argento
E’ un periodo, questo, in cui le parole fanno fatica a prendere forma. Tuttavia, entro in questo spazio, lo faccio lo stesso, senza comprenderne a pieno le ragioni. Un luogo dove rifugiarmi, anche in silenzio, un posto dove ho racchiuso ricordi, emozioni, che è parte di me. Non mi era mai mancata, prima, la voglia di esprimere i miei pensieri. Adesso, però, stento a trovare parole. Ho perso, forse strada facendo, la motivazione o, più probabilmente, non ho più stimoli. Succede, evidentemente, che in me, in questa fase, l’introspezione prevalga sul bisogno di raccontarmi. A meno che, a prevalere non sia, invece, la consapevolezza, forse inconscia, che, sì, lo scrivere può aiutare, ma che non può sostituirsi alla mancanza di qualcuno che ascolti, che mi conosca, che sappia.
Ho un amico, uno di quelli rari, che dice ciò che pensa e fa sempre ciò che dice, che non mente, come qualcuno ha fatto, che mantiene ciò che promette, uno di quelli a cui non devi chiedere, perché intuisce il bisogno. Un amico la cui presenza ha alleviato la mia solitudine; un amico a cui ho alleviato la solitudine con la mia presenza. Ma ora è lontano, molto, molto lontano. Non basta sentirci. Anche se avviene spesso, non è la stessa cosa. E’ la persona che manca, il dialogo occhi negli occhi, le battute scherzose e le risate che risollevano l’anima, le confidenze, la comprensione, anche le lacrime, sincere, spontanee……Ritornerà, lo so, tra qualche tempo, ma è ora che ne avrei bisogno. Mi manca…..molto. Ci lega un profondo rispetto, innanzi tutto, quel rispetto che non ho avuto da chi, prima di lui, si è proferito amico, il rispetto di chi sono, di come sono e di perché sono così. Ci lega tanto bene reciproco, disinteressato, senza alcun altro fine se non quello di una sana, bellissima, sincera amicizia.

Gustav Klimt, The sunflowers
![]()
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
![]()
Eugenio Montale

Paul Gauguin, La siesta
![]()
Un sorriso non costa nulla
e rende molto.
Arricchisce chi lo riceve,
senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un istante
ma il suo ricordo
è talora eterno.
Nessuno è così ricco
da poterne fare a meno.
Nessuno è così povero
da non poterlo dare.
Crea felicità in casa;
è sostegno negli affari;
è segno sensibile
dell'amicizia profonda.
Un sorriso
dà riposo alla stanchezza;
nello scoraggiamento
rinnova il coraggio;
nella tristezza è consolazione;
d'ogni pena
è naturale rimedio.
Ma è bene che non si può
comprare, nè prestare,
nè rubare, poichè esso
ha valore solo nell'istante
in cui si dona.
E se poi incontrerete talora
chi non vi dona
l'atteso sorriso,
siate generosi e date il vostro;
perchè nessuno ha tanto
bisogno di sorriso come chi
non sa darlo ad altri.
Frederik W. Faber
![]()
Il sorriso, quello che mi viene rivolto negli ormai sempre più rari, casuali e frettolosi incontri, altro non è che una patetica smorfia. Non c'è alcun bisogno di sorridere per convenienza o per educazione, come convenevole o per abitudine. No, se non sono anche gli occhi a sorridere. Non so che farmene di quei sorrisi. E non ho alcun motivo di ricambiare.

Gustav Klimt, Adamo ed Eva
![]()
A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce e la lingua si lega.
Un fuoco sottile sale rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
(Saffo)
![]()

Renato Guttuso
![]()
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
![]()
Eugenio Montale

Renato Guttuso, Bagheria-Mare
![]()
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie:
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo:
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
![]()
Eugenio Montale

Renato Guttuso
![]()
Come è triste la carne...E ho letto tutti i libri!
Fuggire! laggiù fuggire! Ho udito il canto di uccelli
ebbri tra l'ignota schiuma e i cieli. Nulla,
neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,
potrà trattenere il mio cuore che s'immerge nel mare.
O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada
sul foglio ancora intatto, difeso dal suo candore
e neppure la giovane donna che nutre il suo bambino.
Partirò! Nave che culli le tue vele
leva l'ancora verso un'esotica natura!
Una noia, crede ancora, desolata da speranze crudeli,
ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio. E forse
gli alberi che attirano la tempesta
il vento farà inclinare sui naufragi
perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole...
Ma ascolta, il mio cuore, il canto dei marinai!
Stephane Mallarmé
![]()

Gustav Klimt, La casa del guardaboschi
![]()
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
Nazim Hikmet
![]()

![]()
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

Vincenzo Cardarelli

Gustav Klimt, Giardino di campagna con crocifisso
![]()