
29/09/2005 00:12
Lazise, lago di Garda, stesso alberghetto (7 camere in tutto), vengo da 18 anni, regolarmente. E' come avere casa. Qui faccio come mi pare…….Sono stato un'oretta a guardare le papere, sul lago. Sono rilassato. Devo decidere, ancora una volta, del mio futuro. Ma questa volta non ho paura. FRA
Ti immagino con lo sguardo perso a seguire le papere scorazzare per il lago, tra una sigaretta e l'altra. In quello scenario tranquillo, i pensieri sono più nitidi, meno frastornati. L'ambiente adatto per riflettere. Sì, perché ne hai bisogno. Non prendere decisioni affrettate. E' bene non aver paura del futuro, ma serve anche tanta prudenza. Mi raccomando. Non ti nascondo che sono un po' preoccupata per te, perché temo che faccia errori di valutazione. CAT
E' vero, allora non avevi paura. Eri deciso. Stavi maturando una scelta importante per il tuo futuro, quella che ritenevi fosse la migliore. Nonostante la tua determinazione, io ero in pena, poichè la rinuncia a ciò che è certo e sicuro, implica sempre un rischio grandissimo. Ma ero anche felice dell'entusiasmo ritrovato e del fatto che ti sentissi sereno. Però quella, ben presto, si rivelò una decisione azzardata, e, anche la successiva, di lì a poco ti gettò nella disperazione. Io c'ero, ti ero vicina. Tu lo volevi, dicevi di averne un vitale bisogno. Non ti ho mai lasciato solo ad affrontare l'inferno di quel lungo periodo e neanche durante gli altri momenti di crisi, mettendo a tacere le tante delusioni che, nonostante tutto, mi riservavi. Eri TU la priorità. E sono stata lo stesso al tuo fianco, dalla tua parte, un solido appoggio, una certezza, fino a pochi giorni fa, finché non hai cercato, ancora una volta, d'ingannarmi con altre bugie. E' evidente che, ai tuoi occhi, non ho saputo darti abbastanza, in tutti questi anni, non tanto da meritare qualcosa di diverso dall'opportunismo, dall'indifferenza e dalla menzogna. Non hai più bisogno di me. E forse non l'hai mai avuta realmente. Ho compreso troppo tardi che non ero io la sola da cui cercavi sostegno, ma una fra tante. Tu sai a chi rivolgerti e come commuovere. Sei sempre stato bravissimo. Sai dove puoi prendere senza che questo comporti doverti spendere. Continua pure a riempire la tua vita di legami di superficie, a cercare, a rincorrere e a crearti stimoli fatti di nulla, fatui, inconsistenti, racimolando qua e là stupide briciole di fumo per colmare il vuoto che hai attorno, senza apprezzare e coltivare quello che ti viene donato con sentimento sincero. Intravedi sempre altre spiagge all'orizzonte, più allettanti rispetto a quello che consideri un "porto sicuro", acquisito. Tanto sei certo che, al tuo ritorno, sarà ancora lì, in attesa, pronto ad accoglierti. Invece, ora l'hai perduto, per sempre. La mia arrendevolezza ti ha reso forte e spavaldo, certo che non avrei potuto fare a meno di te. E troppo superficiale da non comprendere che, dopo anni di così tanto dolore, di delusioni così taglienti, dentro di me qualcosa si stava spezzando. "Piantala. Lo sai che non finirà", la tua affermazione. Eppure, questa volta ti sbagli. Tutto finisce, anche l'amore più profondo, quando si riesce a distruggerlo in questo modo. Non hai mai capito nulla, nulla, nemmeno che una donna, in nome di un sentimento così, può annullarsi e perdonare l'impossibile, ma non di essere ripetutamente calpestata e derisa senza alcuno scrupolo. Io non ci sarò più, non per te.

Per anni ho rincorso un sogno.
Ma si stava trasformando in incubo.
C'è voluto un dolore così tanto profondo,
per arrivare a soffrire di meno.
Ora sono fuori da quel vortice.
Libera.
Dal tavolo 4
Era un luogo, quello, dove credevo mi avesse voluto condurre perché gli faceva piacere "stare insieme". Quella sera aveva insistito affinché andassimo e, fino all’ultimo, non ero riuscita a capire dove fossimo diretti. Una sorpresa, disse, un posto molto particolare, dove si recava spesso. Gli chiesi se saremmo stati soli, aspettandomi una risposta affermativa, che, invece, fu vaga, volutamente non precisa, ma capii, dalla sua esitazione, che avremmo avuto compagnia. La conferma arrivò lungo il tragitto, sebbene continuasse a tergiversare. Mi accertai se avesse già prenotato. Con sicurezza affermò che non ce n'era bisogno. Mi chiese anche se avessi nulla in contrario. Tentai di esprimere perplessità, ma non aspettò la mia risposta. Però, ero curiosa.
Un posto in cui era perfettamente a suo agio, frequentato usualmente da anni, in cui ritrovò la solita cerchia di amici del tavolo 4, goliardici, simpatici, anche se, per me, perfetti sconosciuti. Più volte mi chiese se fossi a disagio, se mi sentissi fuori posto. Cosa avrei potuto rispondergli, se non che stavo bene, che non si preoccupasse, che, anche senza prenderne parte, mi faceva piacere ascoltare le loro conversazioni, che mi divertivo a osservare e studiare quei tipi che animavano la serata con risate, battute, sottintesi, vino e sigarette. Certo, erano gentili con me, accorti, molto più di quanto lo fosse lui stesso, ma la loro lunga frequentazione permetteva una confidenzialità che non poteva essere anche la mia. Mi domandavo perché avesse voluto condurmi lì, tra gente che avrebbe potuto benissimo incontrare in altri momenti. Lo venni a scoprire più tardi, a poco a poco, durante le altre occasioni in cui ritornammo insieme. Lì dentro, lui si trasformava, abbassava la guardia, diventava improvvisamente allegro, rilassato, aperto, non più scostroso e burbero. Era se stesso. Mi aveva sempre confidato il suo amore per quel posto, per quella città, amore che mi aveva trasmesso con racconti di tante esperienze vissute.
Mi piaceva andare, cominciavo ad affezionarmi a quel luogo, a sentirmi quasi di casa, a trovare simpatiche l’atmosfera scanzonata, informale, le chiacchiere sconclusionate e ironiche. C’erano, quando più quando meno, i soliti, e non si facevano certo scrupoli della mia presenza nell’usare liberamente battute e allusioni. Quest'atmosfera familiare, inusuale in altri simili contesti, m'affascinava e mi sentivo attratta e coinvolta nell'allegria generale.
Per quasi un anno, un lunghissimo anno, dovetti evitare di tornarvi. Non potevo, non sarei riuscita a varcare quella soglia senza che i ricordi mi piombassero addosso come una valanga gelida. Mi mancò.......mi mancarono. Ma non avrei superato l'impatto di una non presenza o di una presenza che non fosse lì, come altre volte, anche per me. Era netta la sensazione di sciupare qualcosa, di recidere un legame. E, soprattutto, ritenevo fosse una mancanza di rispetto per quelle sensazioni che ancora mi portavo dentro e che desideravo proteggere e conservare intatte.
L'invito a ritornarci insieme, dopo così lunga assenza, fu una sorpresa. Venni accolta come se non fossi mai mancata: la stessa atmosfera, la stessa ospitale disponibilità. Danilo, Roberta, Valeria......anche tutti gli altri erano lì, niente era cambiato, neanche quel solito modo di "stare insieme", in un intreccio scomposto, incoerente e, all'apparenza, inconcludente di conversazioni su politica e donne, musica, sport, vino e ricette, e battute ironiche, cazzeggi e tante risate....espressioni tutte di una grande amicizia.
A poco a poco il legame, con qualcuno in particolare, è diventato più profondo, poiché si è iniziato a condividere anche confidenze, inquietudini, problemi, aspettative, illusioni e delusioni, e i grandi dolori della vita. La comprensione, la solidarietà e l'appoggio espressi con parole di conforto, consigli e riflessioni, sguardi e polungati silenzi, niente di costruito, nulla di formale, ma vivo, partecipato, umano.
Ora, per me, è come un rifugio, un luogo che mi regala qualche attimo di distacco dal mio mondo reale. Vi trovo sorrisi, gentilezza e dimostrazioni d'affetto, un posto che vivo a mio agio, dove poter essere me stessa e in cui, per quei pochi momenti, riesco a respirare una boccata d'aria di libertà.
E scappo lì........ogni qualvolta sento il bisogno di fuggire o di ritornare.

Gli errori si pagano a caro prezzo.
Quelli subiti e quelli commessi.
Ne ho perdonati tanti, in nome dell'amore.
A me non viene perdonato nulla,
neanche l'amore che ho dato.
Non era voluto.
Non si perdonano i tentativi di ribellione al rifiuto.
Non si perdonano le parole.
Non si comprendono le parole.
Non si comprende chi non si ama.
Non si comprendono lacrime versate.
Non si comprende il dolore.
Non ci si comprende.

Quel giorno
disegnò una margherita sulla mia pelle,
calcolandone minuziosamente i petali.
Nessun bisogno che li contassi.
Erano esattamente
quelli che gli servivano.
E, con essi,
ancora una volta intese fare chiarezza.
Poi, però, con tratto leggero, vi aggiunse
un altro minuscolo petalo,
distante, distaccato
come fosse volato via lontano.
Cercai di proteggere, di conservare
a lungo quella margherita,
l'unico fiore,
l'unica cosa che mi abbia mai regalato.
"Un simbolo di pace, di riconciliazione, d'affetto" ,
mi disse.
Allora diventò infinitamente preziosa.
Ma, a poco a poco, si dileguò.
Infine scomparve.
E con lei,
anche chi l'ha lasciata lì,
invisibile
ma come un marchio inciso,
che continua a scavare,
a bruciare
dentro la pelle.
C'era fra noi un gioco d'azzardo
ma niente ormai nel lungo sguardo
spiega qualcosa
forse soltanto
certe parole sembrano pianto
sono salate, sanno di mare,
chissà, tra noi, si trattava d'amore...
Ma non parlo di te, io parlo d'altro
il gioco era mio, lucido e scaltro...
io parlo di me, di me che ho goduto,
di me che ho amato
e che ho perduto...
e trovo niente da dire o da fare
però tra noi si trattava d'amore...
C'era fra noi un gioco d'azzardo,
gioco di vita, duro e bugiardo
perchè volersi e desiderarsi
facendo finta d'essersi persi...
adesso è tardi e dico soltanto
che si trattava d'amore,
e non sai quanto...
(Paolo Conte)
Grazie, Chicchi....sei un tesoro. Dici che queste parole mi aiuteranno. Forse....
Ma sei tu che mi stai aiutando, l'unico, e lo fai con una tenerezza commovente.
Ti voglio bene.

Era nell'aria, da un po' di tempo, io lo sentivo. O lo è stato da sempre ed era solo illusione. Assenza improvvisa. Gesti sfuggenti. Silenzio. Molteplici scuse e ancora assordante silenzio. Parole chieste ma volutamente mai pronunciate. In quelle dette, la non verità. Altre, brutalmente vere.
Riaffiora un vissuto straziante a me ormai troppo noto. Questa volta sarei stata io ad andarmene. L'avevo annunciato. Indifferente silenzio.
Niente è stato fatto per evitare di perdermi. Niente, fosse anche una sola parola.
Io non sono "importante". Non lo sono mai stata. Indispensabile in alcune occasioni ma non importante, tanto da meritare un gesto d'affetto, una mano che trattenesse la mia. Ora debbo difendermi.
Ed esiste un'unica via d'uscita racchiusa in una parola che non avrei mai pronunciato, se solo......L'unica possibile, per non morire di nuovo: "FINE" .

Mi chiedo, con sempre maggiore rammarico e tanta nostalgia, quanti di questi spettacoli sto perdendo, restando in un luogo non mio.
Mi chiedo perché debba essere così "legata", come una prigioniera, quando avrei solo desiderio di andare.
Ormai non c'è più molto, qui, per cui valga la pena restare.

Le immagini catturano e rimandano emozioni che mi legano a questi luoghi.
Le mie fughe qui sono, però, soprattutto maldestri tentativi di mettere distanze.
Tuttavia, ciò che tento di lasciarmi dietro ritorna con prepotenza di fronte a questa straripante natura.
Allora sento che desidero, con tutta me stessa, avere accanto a me ciò da cui sono fuggita.


Vincent van Gogh, Campo di papaveri
Avevo appena sostenuto l’esame di maturità e mi sentivo libera come non mi era mai accaduto nei precedenti anni, libera da un peso che, sebbene fossero in molti a dirmi che non era proprio il caso mi preoccupassi, avevo avvertito tanto pressante. Ricordo le notti insonni sui libri, a ripassare, ad approfondire, a valutare tutte le variabili che mi avrebbero portato al successo o all’insuccesso. Ero sempre stata molto brava a scuola, ma, in quel frangente, l’insicurezza e il dubbio avevano il sopravvento, temevo di deludere le aspettative e, soprattutto, di deludere me stessa. Avevo scelto, come prima materia, italiano e non mi sarei aspettata che vi affiancassero filosofia. Non ho mai amato questa disciplina, la trovo molto poco pratica, più adatta a chi ama ragionare per assurdi, formulare ipotesi, fondata solo sul pensiero e non sull’azione, senza poter sperimentare concretamente e occare con mano. L’avevo studiata sempre malvolentieri, e, sebbene riuscissi ad ottenere buonissimi risultati, ero consapevole di non averne una visione globale, ma piuttosto frammentaria, cosa che non mi permetteva di fare pronti collegamenti o di ricordare con precisione. Nell’intervallo tra gli scritti e l’orale, dovetti fare salti mortali per riprendere il programma dall’inizio, cercare di capire e tenere tutto a mente.
L’esame andò benissimo comunque e, dopo i risultati, andai in vacanza in un piccolo paese di duecento anime appena, per lo più parenti, alla sommità dell’Appennino marchigiano, con al centro una piazza talmente grande che avrebbe potuto comodamente contenere interamente le sue case. Un paese che sembrava uscito da un quadro naif, collegato alla valle da una strada sretta che s’inerpicava e finiva su su per la montagna, conducendo ai prati, da dove si potevano scorgere altre montagne ancora più alte, colline degradanti, paesi e cittadine e, in fondo in fondo, nelle giornate più limpide, il mare. Di particolare aveva il nome, che faceva presagire la presenza di un lago, ma il lago non c'era, né so se fosse mai esistito, forse in era preistorica. Molti erano i turisti che si avventuravano fin lassù, ingannati dai cartelli stradali, alla ricerca di uno specchio d'acqua tra i monti. D'inverno, la neve abbondante isolava gli abitanti per giorni interi, finché non riuscivano a liberare quell'unica via di comunicazione. Poco prima di arrivare alle abitazioni, sempre lungo la strada, un abbeveratoio-lavatoio in pietra bianca, incassato in un masso di roccia, con acqua freschissima della sorgente più sopra, era la meta preferita delle nostre passeggiate, dove sostavamo a lungo a parlare. Al crocevia, vicino al quale svettava il campanile di una minuscola chiesa, esagratamente alto in confronto alla piccolezza del restante edificio, le cui campane suonavano annunciando l'ora della messa, delle funzioni, dei funerali e per allontanare il pericolo di temporali portatori di grandine, devastanti per i miseri raccolti di una terra poco produttiva, la strada si divideva in quattro rami: il primo, poco più giù, si allargava nell’enorme piazza di breccia bianca, polverosa, circondata dalle case più antiche, da alberi di tiglio e noce, e rustiche panchine di tavole e travi, appoggiate su massi di pietra, dove gli anziani trascorrevano gran parte della giornata, osservando quel fermento inusuale, proprio solo della stagione estiva. In fondo, a destra, un gioco di bocce costruito alla meglio, con materiali di fortuna raccapezzati e non rifiniti, pezzi di latta e legno come sponde, un fondo non so quanto in piano, ma l'espediente serviva per passare il tempo, in quell'atmosfera irreale di staticità, in cui proprio il tempo sembrava essersi fermato. Prima ancora di arrivare allo slargo, sulla destra, una minuscola costruzione anni '50, squadrata, che stonava clamorosamente con tutto il contesto del centro storico, ospitava la scuola elementare, formata da un'unica pluriclasse per i pochi bambini di età varia, residenti nel posto, e la maestra, che trascorreva lì gran parte dell'anno, fatta eccezione per le vacanze. L'altra ramificazione della via principale conduceva alla parte alta del paese, dove le case erano più ravvicinate, arroccate, costruite su roccia; un'altra, che poco dopo diventava viottolo erboso, guidava verso il piccolo silenzioso cimitero, le cui tombe interrate risalivano a tempi antichissimi e racchiudevano gelosamente la storia del luogo. L’altra diramazione si dirigeva al monte e al rifugio, al cui inizio troneggiava un' edicola in pietra con tetto di legno e coppi, consumato dal tempo e dalle intemperie. Questa, sempre stracolma di un miscuglio di mazzi di fiori campestri freschi, appassiti e secchi, racchiudeva, al suo interno, un Crocifisso, ormai scolorito e mancante di qualche buon pezzo, resti di lumini di cera, barattoli di latta arrugginita usati pr mettere i fiori e una miriade di formiche in interminabili file. Lungo la via, a tratti in salita, a tratti in piano, si potevano scorgere ampi prati di un verde brillante, mucche e pecore al pascolo e alberi ombrosi.
Sulla piazza, una bottega, l’unica: fungeva da bar, alimentari, merceria, ferramenta, farmacia, telefono pubblico….c’era di tutto e non c’era mai niente di quello che poteva servire d’urgenza. In una stanza, posta su uno scaffale in alto, la televisione, credo l'unica esistente in paese. Era anche ristorante, o meglio, aveva la pretesa di esserlo, con tavolini, sedie e tovaglie a quadretti che, all'occorrenza, venivano accatastati per fare più spazio. Gli avventori domenicali, provenienti dalle cittadine a valle, salivano per gustare tagliatelle fatte in casa, polenta, salumi, formaggio, carne alla brace, funghi del monte, erba di campo, patate e pane cotto a legna. Arrivavano con le auto giù fino alla piazza, sollevando un polverone che stentava a dissolversi, chiassosi e con aria di sufficienza, come per farla da padroni. Non erano ben visti dalla gente del posto, disturbavano la quiete e sconvolgevano quell' atmosfera tranquilla, quel senso di pacatezza e quel silenzio proprio della vastità del luogo: in quell'enorme spazio, pur vivendolo quotidianamente come fosse casa propria, pur se molti degli abitanti vi si riversavano a gruppi o in solitudine, nessuno disturbava la tranquillità dell'altro, nessuno rubava spazio all'altro. E le scorribande di comitive vocianti ed irrispettose, non facevano altro che alterare quell'equilibrio diventato, ormai, modo di vivere condiviso dall'intera comunità.
Le donne del paese si accordavano per accendere l’unico forno, comune a tutti, e si assisteva al via vai incessante di pane appena lievitato adagiato su assi di legno e coperto da teli bianchissimi, teglie di carne, verdure, dolci, una processione che durava fino all’imbrunire. Quelle sensazioni di solidarietà, allegria, convivialità, comunione e quei tanti profumi, li porto ancora dentro. Il forno era situato poco sotto casa di mia nonna, all’inizio dell’aia, piastrellata con pietra bianca, lucida per il continuo calpestare, circondato da alberi di fico e di visciole, arbusti di rosmarino, alloro e rose selvatiche e, ancora oltre, alcuni pagliai dal colore brunastro. Amavo assistere al rituale della preparazione, dell'accensione del fuoco, a cui partecipavano anche gli uomini, e della cottura dei cibi, eclusiva riservata alle sole donne, in quell'atmosfera di festa, tra il vociare scomposto delle comari, le risate, gli scherzi, le battute e lo scorazzare libero di galline, oche, anatre e tacchini perennemente inseguiti da gatti e cani. Poco più là, uno spiazzo degradava dolcemente, quasi fosse una naturale balconata piena di papaveri di un rosso vivo, cespugli bianchi di camomilla e il giallo delle ginestre, i cui odori si acuivano maggiormente nelle serate più calde, e la vista si allargava verso le montagne lontane e le colline sottostanti. Al tramonto, l'aria diventava cristallina e frizzante, i colori si accendevano e le forme si facevano più nitide, più delineate, fino a scomparire nel buio assoluto, inghiottite da un cielo nero come la pece, punteggiato di milioni di stelle.
In un paesino così minuscolo, al limite del surreale, non c’era poi tanto per noi giovani, eppure ci ritrovavamo tutti lì, all’inizio dell’estate, come per un tacito appuntamento. Amici, cugini, zii, chi prima, chi più tardi, ritornavano dopo un anno di lontananza ed era come se nessuno di noi fosse mai partito: l’atmosfera goliardica e scanzonata si ristabiliva in un attimo e si organizzava di tutto, in breve tempo, bastava lanciare un’idea, fare una proposta, prendere l’iniziativa, che tutti collaboravano, e si passava da una casa all’altra, da un posto all’altro, insieme, senza discutere, di comune accordo. Bastava poco per star bene, c’era entusiasmo, non si era alla ricerca dell’eccesso, del divertimento a tutti i costi, nessuna falsità nelle risate gioiose e spontanee. Eravamo in molti, abitavamo in varie parti d’Italia e qualcuno anche all’estero; avevamo culture diverse, anche vite molto diverse e tante esperienze da raccontarci. I pochissimi nostri coetanei che risiedevano nel paesino, attendevano con ansia, ogni estate, questa truppa di chiassosi giovani amici ed era una festa continua, fino a notte inoltrata, all’aperto, sotto le stelle, sdraiati sui plaid e avvolti nei maglioni di lana, stretti in cerchio attorno ad un falò, a suonare la chitarra, a cantare, a fare scorpacciate di fichi appena raccolti, a cuocere i “tutoli” rubati nei campi, fin quasi all’alba. Eravamo spensierati, non conoscevamo la noia né il senso di solitudine né la tristezza. Eppure la vita non era facile, le nostre famiglie facevano immani sacrifici, le comodità erano privilegio di pochi, non avevamo che qualche spicciolo in tasca, ma guardavamo al futuro con occhi sereni, colmi di speranza ed aspettativa. Quello che ci mancava era tanto, ma avevamo la capacità di dare grande valore a quel poco che, invece, possedevamo e che ora riconosco fosse la vera ricchezza.
Intuii subito, appena arrivata, che c’era qualcosa di nuovo, un fermento diverso tra le amiche del nostro gruppo. Non si faceva altro che parlare di un ragazzo, Pedro, di origine spagnola, fratello della moglie di un mio cugino, arrivato in Italia per una vacanza, ma lì di passaggio. Non avevo prestato molta attenzione ai discorsi che le mie amiche facevano su di lui, sebbene mi chiedessero insistentemente se l’avessi visto, mostrandosi dubbiose al mio diniego. Sembrava molto strano che non mi fossi imbattuta con lui, dato che abitava in un appartamento situato nella stessa palazzina dove mi recavo spesso a far visita ai miei parenti. Eppure, per giorni non mi capitò mai d’incrociarlo. Sentivo solo rumori e musica provenire dal piano di sopra, nient’altro. Non ero incuriosita, nonostante parlare di lui fosse diventato l’argomento principale dei discorsi della nostra comitiva. Ricordo che una mattina venne a cercarmi Maria, la sorella, e mi chiese il favore di includere anche Pedro nel nostro gruppo, dato che trascorreva intere giornate in camera, da solo, e, viste anche le difficoltà della lingua, non sarebbe riuscito ad inserirsi e fare amicizia senza l'aiuto di qualcuno. "Proprio io, con tanti che ce ne sono in giro", pensai subito. Ero abbastanza contrariata, lo vedevo come un impegno e una limitazione alla mia libertà di movimento, ma non potevo far altro che acconsentire alle richieste. Sperai solo, in cuor mio, che fosse diverso dalla sorella......Fu così che lo conobbi. Andammo in camera sua, piena di musicassette, ordinatissima. Fu ciò che notai subito, ancor prima di metterlo completamente a fuoco.
Era sdraiato, forse sonnecchiava. Si alzò piuttosto imbarazzato. Di fronte a me avevo il più bel ragazzo mai visto. Compresi immediatamente il perché di quel tanto parlare: capelli neri, ondulati, leggermente lunghi sulla nuca, carnagione olivastra, fisico atletico, muscoloso, occhi di un verde incredibile, un sorriso smagliante, bellissimo. Era di cinque anni maggiore di me e aveva sempre lavorato, in Francia e Germania, per mantenersi agli studi di medicina.
Ci presentammo, solo i rispettivi nomi e una stretta di mano. La sorella doveva necessariamente tradurre. Mi chiese se parlavo spagnolo, poi tedesco e infine francese. Niente di tutto ciò, solo un po’ d’inglese, fresco di studi, ma era lui a non conoscerlo. Alla mia battuta scoraggiata: “E allora, mi sai dire come facciamo?”, si mise a ridere, ne fui contagiata e, tra noi, s’istaurò immediatamente simpatia. Da allora divenne la mia ombra, il mio angelo custode, non mi lasciava un attimo. Riuscivamo a comprenderci con qualche parola di spagnolo misto all’italiano, ma soprattutto a gesti. Parlavo di più io, cercavo di farmi capire, mi seguiva attentamente, a tratti sembrava comprendere, a volte annuiva, altre volte, per quanto si sforzasse, era chiaro che non riusciva a seguire i miei discorsi. Se eravamo in comitiva, una parola tira l’altra, un po’ di francese, un po' di tedeso, lingue che lui conosceva perfettamente, era più semplice. Ma, a tu per tu, a volte il silenzio era inevitabile. Però non c’era imbarazzo, tra noi. Mi guardava negli occhi, diretto e sorridente, ma arrossiva, se anche il mio sguardo si faceva insistente. La sera, dopo giornate solitamente trascorse tra picnic in montagna con tutti gli amici, passeggiate o gite in posti più lontani, zeppati quanti più possibile nella sua auto e nelle poche altre a disposizione della comitiva, mi riaccompagnava a casa e, sempre a gesti e con un buffo miscuglio di parole quasi incomprensibili, con quella piacevole musicalità che contraddistingue la sua lingua d'origine, faceva concitati programmi per l’indomani, con entusiasmo, sempre sicuro di sé e volitivo. Poi seppi, per caso, che era anche un abile ballerino di flamenco. Dovetti insistere a lungo affinché cedesse alle richieste di un’esibizione. Fu entusiasmante, coinvolgente. Per tutto il tempo non mi tolse gli occhi di dosso e vedevo gli sguardi ammiccanti, i sorrisetti allusivi degli amici e anche una punta d'invidia nelle ragazze. Ho il ricordo della bellezza del suo corpo flessuoso nei movimenti precisi e sensuali e della passione che sprigionava da ogni suo gesto.
Di lì a poco iniziarono a stuzzicarmi, a prendermi in giro, alludendo al mio rapporto con Pedro. Insistevo nel dire che la nostra era solo amicizia, ma con sicurezza affermavano che ero cieca a non accorgermi del suo interesse nei miei confronti. Sempre più spesso lui cercava di rimanere da solo con me, di staccarci dal gruppo, ma non avevo dato alcun peso al suo atteggiamento, di solito ero io che decidevo cosa fare e si mostrava sempre accondiscendente e disponibile. Stranamente, rimandava la partenza, giorno dopo giorno, questo sì. Non l’avevo certo imputato al fatto che si fosse preso una cotta per me, ma che stesse gradatamente inserendosi all'interno della comitiva e trovava divertente stare con noi. Poi partii per il mare, al sud, un regalo per il diploma. Ricordo ancora, come fosse oggi, io in cima alle scale esterne della vecchia casa di mia nonna, lui in fondo, bellissimo, lo sguardo magnetico, con una rosa rossa in mano. Era venuto a salutarmi. “Te spetto achì”, mi disse in un misto di spagnolo e italiano. Ebbi allora la certezza che era rimasto per me.
(continua……)

Claude Monet, Donne in giardino
Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo la caduta, che uno dice…è finita. No. Finita mai, per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina antiuomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina hai un esame peggio che a scuola….Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno e questo noviziato non finisce mai, e sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo, che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno si infiltri nella tua vita. Peggio, se ci rimani presa in mezzo tu, poi ci soffri come un cane. Sei stanca. C'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto, e così stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre…."io sto bene così, sto bene così, sto meglio così"…e il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasque, in quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima, ed è passato tanto tempo e ce ne hai buttata talmente tanta, di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio, perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui. E so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta. Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine, ed è stata crisi. E hai pianto. Dio, quanto piangete. Avete una sorgente d'acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance.
E poi hai scavato, hai parlato…quanto parlate ragazze.
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore…."perché faccio così?"…"com'è che ripeto sempre lo stesso schema?"…"sono forse pazza?"…Se lo sono chiesto tutte. E allora... vai, giù con la ruspa nella tua storia, a due, quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli, un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque. Ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova "te", perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa…
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente, innamorarsi di nuovo di se stessi o farlo per la prima volta è come un diesel, parte piano. Bisogna insistere, ma quando va in corsa... E' un'avventura ricostruire se stesse, la più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende, o dal taglio dei capelli. Io ho sempre adorato donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire…"attenti…il cantiere è aperto…stiamo lavorando per voi... ma soprattutto per noi stesse…".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia, per chi la incontra e per se stessa.
E' la primavera a novembre. Quando meno te l'aspetti........
Jack Folla, Donne in rinascita

Io ho iniziato a scrivere qui per disperazione.
Per restare ancorata ad un passato impossibile. Per non venirne via a brandelli.
E la disperazione non si condivide, con nessuno. La disperazione non passa, è in agguato, ritorna, non dà tregua. Non esistono parole scritte o dette, o ascoltate, o sentite, che ti liberino dalla disperazione e ti restituiscano alla vita. E' come un pozzo nero, e tu stai nel fondo.
Non è solo radicata in te, ma sei tu a starvi dentro, te la senti addosso, avverti che ne fai parte, irrimediabilmente e inesorabilmente ti afferra, ti lacera, ti rapisce, ti risucchia in un vortice buio, oscuro. Inutile annaspare: non hai difese.
Non vi è tempo, in quel fondo del pozzo, non vi è spazio, non vi è fine, né ricordi quando sia stato l’inizio. Tempo e spazio si dilatano, si plasmano col tuo esserci dentro. Sai che è lei, non puoi non riconoscerla, non puoi, perché vorresti solo morire. E, unica spiaggia, la morte assume l'aspetto della rivincita, è la fuga assoluta, completa, la più vigliacca, ma la meno indolore. Tutte le "sbarre" si aprono, allora, alla speranza di raggiungere, finalmente, la pace.
Non era il momento, quello, di cedere ai sentimentalismi, né le musiche dolci o inquietanti, né le atmosfere, avrebbero potuto placare l’angoscia. Non era certo il mio scrivere a prendere sembianze di una “sbarra piegata” per indicarmi una qualsiasi via di fuga. Non sarebbe bastato.
Scrivere......perché?
Ho scritto sempre per me stessa, in compagnia della mia solitudine e di tante, tantissime lacrime amare, dell'atroce sofferenza, della rabbia, dell' impotenza, per venir fuori dal pozzo, per strapparmi di dosso la disperazione, per uscirne liberata, per prendere coscienza di me in una lenta, estenuante, sofferta analisi del mio mondo interiore che, pur se assopito, annientato, oppresso, deriso, sentivo esserci e urlarmi dentro.
L’ho fatto su fogli di carta, che poi distruggevo, sentendo inadeguate e inutili le parole. E ogni foglio gettato era come gettare parte dell’anima.
Ma ho capito che avrei potuto, piano piano, giorno dopo giorno, lentamente, tentare di riconoscermi, di accettarmi di nuovo, di scrollarmi di dosso quel sentimento di colpa e di costernazione. Sentivo che avrei dovuto e potuto placare il dolore, e finalmente osare volgere lo sguardo verso l’alto, verso quella luce che ci doveva pur essere, anche per me.
La scelta delle pagine virtuali è stata casuale, un condividere la propria disperazione con un’altra disperazione, una di quelle ancor più profonde, che fanno sentire di meno il peso della tua. E’ stato allora che non ho scritto solo per me stessa. Sapevo che quel mio tendere una mano per afferrare chi stava annegando, era anche un aggrapparmi accorato, in un solidale e condiviso tentativo di uscire alla luce.
Non mi sono mai chiesta se qui vi fossero telenovelas, sentimentalismi o merda, o altro, camuffati da sfoghi di elevato o pessimo valore letterario. Non mi sono mai sentita obbligata ad entrare in spazi altrui né a leggere, né ho mai osato giudicare o criticare. Non avrei potuto esprimere il mio pensiero senza violare la natura intima e il recondito significato delle parole di chi trovava il coraggio di esporsi. Sì, il coraggio, perché per me, come dici essere anche per te, Claudia, non è stato mai così facile uscire allo scoperto, riconoscermi realmente nelle mie stesse parole. Ho dovuto inibire l'istinto e la voglia di mettermi a nudo, di parlare a fondo e con immediatezza, di sviscerare pensieri segreti, stati d’animo, impressioni. Vani i tentativi. Contro quell'io ribelle, quell'altra parte di me che reclamava chiarezza, avevo sempre avuto il pudore dei sentimenti, la vergogna della debolezza, un senso di protezione intimo e accorato di un dolore feroce, una difesa strenua e inumana del desiderio di esser-ci ancora, nonostante tutto.
Poi è arrivato il momento in cui l’essere fraintesa per quanto mi sento di esprimere non mi fa più alcuna paura, perché ora è di me che ho rispetto, per prima.
Non vendo menzogne, qui dentro, non invento storie né favole, non racconto romanzi di vita non vera, non indosso maschere. Quando scrivo è perché IO ne ho bisogno, per me stessa. E sono me stessa. Temo l'illusione, quella sì, e la delusione: indelebili le tracce lasciate, e impresse dentro di me. Ma non ho paura delle intrusioni di anime inquiete, di chi entra, giudica e fugge, di chi si nasconde dietro banalità, di chi è alla ricerca di altre solitudini per guardarsi allo specchio e non riesce a vedervi che solo se stesso.
Non mi lascio più ferire e annientare. Le vere ferite sono ben altre da quelle inferte dalle sole parole.
Né sbarrerò mai la porta, a nessuno.
Vorrei sedermi vicino a te in silenzio,
ma non ne ho il coraggio: temo che
il mio cuore mi salga alle labbra.
Ecco perché parlo stupidamente e nascondo
il mio cuore dietro le parole.
Tratto crudelmente il mio dolore per paura
che tu faccia lo stesso.
La vita ti mette sempre di fronte a delle scelte, anche quelle che non ti aspetteresti mai, che razionalmente saresti stato pronto a rifiutare ma che, all’atto pratico, ti coinvolgono al punto da non poterti sottrarre. Allora cerchi di dare ad esse una giustificazione, uno scopo, un motivo recondito, per sentire meno il peso degli errori. Ci si trova spesso a un bivio, presi dal dubbio se continuare a percorrere la strada della consuetudine o imboccare quella, più ardua, dell’incognito. La prima garantisce maggiore tranquillità, ma spesso non soddisfa il bisogno di cercare se stessi, la curiosità di scoprire il mondo e gli altri. La seconda attrae, è stimolante, ma richiede coraggio e determinazione. Ripenso alla mia vita come a un percorso tranquillo, fino a che non mi sono trovata ad una svolta: avrei potuto continuare ad andare dritta, ma ho scelto la strada più difficile, quella dell’ignoto e del rischio. Non ho trovato, però, condivisione nel percorso e sono dovuta tornare sui miei passi, consapevole che non sarebbe stato facile riprendere la vecchia via: la rinuncia pesa tantissimo, così come la delusione. Ho continuato a camminare a lungo con lo sguardo rivolto indietro e con la speranza e il desiderio di un’altra svolta, di un’altra occasione.
Di nuovo a un bivio, di nuovo la scelta di cambiare, una nuova delusione, un nuovo dolore. Perché, allora, questa incapacità, questo senso di insoddisfazione nel seguire sentieri meno accidentati?
Dentro di me ho la netta convinzione che continuerò a percorrere le vie più tortuose, finché non farò chiarezza e troverò quello che cerco. Solo allora avrò la determinazione di abbandonare, senza rimpianti e senza rimorsi, questa via apparentemente diritta.

"Così, tra questa
Immensità, s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare"
Ancona è parola greca che vuol dire gòmito; il gòmito nasce dal monte Cònero e si allunga con una sfilata di rupi, dove il sole nasce e tramonta sul mare. E' la sontuosa regina del Medio Adriatico, dinamico porto d'Europa. Città carica di storia, d'arte e di cultura.

Riviera del Conero
Vorrei dirti che.........quando guardiamo le navi, mi piace da morire.

Manca poco, oramai, al giorno in cui lascerai questa casa. Non ne sono stata consapevole abbastanza, fino ad ora, fino a quando non ti ho vista proiettata, con decisione ed entusiasmo, verso la TUA vita futura, verso questo nuovo cammino che hai scelto di intraprendere non più al mio fianco, ma insieme a chi hai ritenuto dovesse essere il tuo compagno. Ti ho consigliato più volte di aspettare, di non avere fretta, di dare priorità alle tue aspirazioni. Questa è stata la tua casa, il tuo rifugio, un punto di riferimento. Nulla ti avrebbe impedito di rimanere, nessuno ti avrebbe allontanato da questo luogo. Eppure, giorno dopo giorno, ti ho sentita più lontana, più indipendente e adulta: incominciavi, a poco a poco, a distaccarti, quasi un voler prendere le distanze. Un modo, forse, per rendermi meno traumatico il giorno in cui chiuderai la porta dietro di te, portando via ciò che ti è appartenuto e lasciando il ricordo vivo della tua presenza. Ritornerai, ma non sarà più come prima. Non posso soffermarmi a ricordare, non riuscirei a superare con serenità il momento del distacco. Ti ho anche detto di essere contenta che te ne vada, perché questa casa è diventata, per te, da un po' di tempo, quasi un albergo, solo un momentaneo punto di appoggio. Non è vero, non l'ho mai pensato. I tuoi impegni e i miei ci hanno, spesso, riservato poche occasioni per riflettere, per parlare e approfondire. Hai dimostrato una tenacia e una forza di volontà inaspettate. Mi sono trovata accanto non più una ragazza bisognosa di consigli e di stimoli, ma una donna derterminata, volitiva, con una spiccata personalità, decisa, consapevole delle proprie scelte. Non ti ho mai visto così convinta e impegnata nel raggiungimento di altri obiettivi, come lo sei ora nel costruire le basi del tuo futuro. Non hai chiesto consigli e, se lo hai fatto, è stato solo per avere conferma di quanto tu stessa pensavi. Non sei stata una figlia "facile" nè io, come madre, lo sono stata altrettanto. Avrei potuto essere più "mamma", magari meno esigente, meno razionale e attenta, più tollerante.....ma ho cercato sempre di spronarti a dare di più, perché vedevo in te tante capacità, tante doti che non emergevano, per quella tua indole poco incline a mostrarti, ad emergere. Eppure mi hai ringraziato, il giorno della tua laurea, quando hai ammesso che, se non fosse stato per la mia continua "presenza", ti saresti arresa. Non era certo il titolo di studio la cosa più importante, quanto l'essere riuscita, comunque, a superare i tanti ostacoli che il tuo carattere, per primo, frapponeva tra te e il mondo esterno. E' stato quello, credo, il momento in cui hai preso coscienza delle tue possibilità e da allora hai continuato a crescere, ad andare avanti nelle scelte che, condivisibili o meno, sono le TUE scelte di vita. I giorni sembrano volare e presto verrà il momento che te ne andrai. Non sarò una madre invadente, questo già lo sai. Non lo sono mai stata, tanto meno ora. Ti ho dato libertà e continuerò a rispettarla. Quando hai bisogno, io sarò qui, così come, in questa casa, avrai sempre un posto per rifugiarti. E' e rimarrà la TUA casa, custode degli affetti e dei ricordi. Non sarà facile, per me, ritornare e non sentirti nella tua caotica camera con lo stereo a tutto volume e la TV accesa, o sotto la doccia o alle interminabili sedute di trucco. Avrò meno inquietudine per il tuo ormai cronico disordine, ma, sono certa, mi mancherà anche quello. Cosa augurare ad una figlia che si allontana? Non ci sono parole che possano esprimere quello che desidererei per te. Tutto il bene possibile e anche di più. Un abbraccio.
FIGLI
I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee.
Perché essi hanno le loro proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo, non alla loro anima.
Perché la loro anima
abita nella casa dell'avvenire
dove a te non è dato entrare, neppure in sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che somiglino a te.
Perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani.
Kihlil Gilbran
Sinestesia (dal greco syn, "insieme" e aisthánestai, "percepire"):
stimolazione simultanea di diversi sensi.

Corrispondenze
E' un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l'uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.
Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie; e degli altri
corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
l'espansione propria alle infinite
cose, come l'incenso, l'ambra, il muschio,
il benzoino, e cantano dei sensi
e dell'anima i lunghi rapimenti.
Baudelaire
Non sogno spesso. I motivi, credo, siano riconducibili anche al fatto che sottraggo molto tempo alla notte. Reputo il sonno un'assenza di vita e, come tale, una perdita di tempo prezioso: ecco perché dedico ad esso lo stretto necessario. E' raro che, al risveglio, ricordi i miei sogni. Alcune teorie sostengono che sia impossibile non sognare, quindi ne deduco che molto di ciò che vivo nel mondo onirico, rimane nel mio subconscio, senza sorpassare la soglia della coscienza. Forse ecco perché, quello che riesco a ricordare è caratterizzato da un' incredibile precisione. Mi sveglio con la netta sensazione che il sogno sia la mia vita reale e la realtà un sogno. Non riesco a quantificarne la durata, perché la percezione è quella della illimitatezza temporale. E' come essere immersi in un mondo che ti appartiene e al quale appartieni, dove sei profondamente radicato. Il riveglio è un atto di violenza, un venirne fuori a forza, contro ogni tua volontà. Rivivo momenti, emozioni e sentimenti così profondamente da portarne addosso, a lungo, la lucida sensazione. E', questo, forse, un modo inconscio di rimanere ancorati al passato, a ciò che si è vissuto, a ciò che vorresti fosse ancora il tuo presente. Ma sono solo bellissimi sogni......e null'altro. Al risveglio, ciò che sento consciamente reale è, unicamente, un senso di grande nostalgia.

Bellissima giornata, oggi, come non ne ricordavo da tanto e questo lo debbo a te. Stamattina, il tempo non prometteva nulla di buono e già sentivo che avremmo dovuto rinunciare, in parte, al programma concordato ieri sera. Poi sei arrivato e hai saputo vanificare tutte le mie preoccupazioni: niente paura del freddo e della pioggia, fifona!!! Come al solito, pragmatico e deciso, mi hai trascinato via da casa. Nessuno ha accolto il nostro invito e siamo andati soli. Un lungo giro sulle nostre montagne. Splendidi panorami, colori incredibili. Ogni volta che vieni, hai desiderio di ripercorrere questo itinerario, per portare negli occhi l’immagine di una terra con cui hai un legame assoluto. Chi vive la quotidianità dei luoghi, non ha lo stesso sguardo di chi, invece, ne è lontano. Abbiamo avuto tempo, poi, di parlare di te, di me, delle nostre rispettive famiglie, del lavoro. Ti trovo molto bene, ora, contrariamente all’ultima volta, perfettamente in forma. Mi hai risposto che è solo apparenza, che sei sempre impegnatissimo. Se questi sono gli effetti dello stress, ben venga, allora! Di me hai apprezzato quei due, tre chili in più, a tuo dire, messi al posto giusto e sintomo di una maggiore tranquillità ritrovata. Però sappiamo, tutti e due, che nulla è facile….
E ora, dimmi la verità, quante partite a biliardo mi hai lasciato vincere? Dai, non è proprio possibile che sia diventata più brava di te, campione! Grazie, comunque, per avermelo fatto credere.
Ecco-mi qui, avvolta nuovamente dal silenzio e dalla quiete della mia casa, poco fa piena di amici, delle loro risate allegre e di musica. Sarà una fatica, domani, riordinare la confusione lasciata dappertutto, ma non importa.....ora voglio goder-mi attimi di tranquillità. Non mi aspettavo la tua venuta, oggi, ma non è la prima volta che mi fai di queste sorprese, senza degnarti di avvertire, neanche una telefonata, un messaggio, una e-mail. Arrivi, suoni al citofono, rispondi: "Sono io", come se fosse la cosa più naturale di questo mondo e come se non fosse trascorso così tanto tempo dall'ultima volta che ti sei fatto vivo. E ti diverti anche a prender-mi in giro alla legittima domanda: "Io? Chi?!". Però, avrei dovuto aspettarmelo, accidenti, conoscendo-ti,.....dopo quella telefonata. Eh, già, la nostra antica amicizia ci rende superiori ai convenevoli....ma il rischio di non trovar-mi andrebbe, comunque, calcolato, non ti pare? Non prenderla come una rimostranza, sono felice che tu sia qui e lo sai. Avremo tutto il tempo, domani, di parlare, di spiegar-ci.......e poi, una partita a biliardo (se mi fai vincere !!!!) e....un giro in auto, come promesso,.....se tu prometti, però, di andare piano! Sei un vero amico. TVB.