07/04/2008

Lo sai che non finirà.....

                      



29/09/2005  00:12

Lazise, lago di Garda, stesso alberghetto (7 camere in tutto), vengo da 18 anni, regolarmente. E' come avere casa. Qui faccio come mi pare…….Sono stato un'oretta a guardare le papere, sul lago. Sono rilassato. Devo decidere, ancora una volta, del mio futuro. Ma questa volta non ho paura. FRA




29/09/2005  00:45


Ti immagino con lo sguardo perso a seguire le papere scorazzare per il lago, tra una sigaretta e l'altra. In quello scenario tranquillo, i pensieri sono più nitidi, meno frastornati. L'ambiente adatto per riflettere. Sì, perché ne hai bisogno. Non prendere decisioni affrettate. E' bene non aver paura del futuro, ma serve anche tanta prudenza. Mi raccomando. Non ti nascondo che sono un po' preoccupata per te, perché temo che faccia errori di valutazione. CAT



E' vero, allora non avevi paura. Eri deciso. Stavi maturando una scelta importante per il tuo futuro, quella che ritenevi fosse la migliore. Nonostante la tua determinazione, io ero in pena, poichè la rinuncia a ciò che è certo e sicuro, implica sempre un rischio grandissimo. Ma ero anche felice dell'entusiasmo ritrovato e del fatto che ti sentissi sereno. Però quella, ben presto, si rivelò una decisione azzardata, e, anche la successiva, di lì a poco ti gettò nella disperazione. Io c'ero, ti ero vicina. Tu lo volevi, dicevi di averne un vitale bisogno. Non ti ho mai lasciato solo ad affrontare l'inferno di quel lungo periodo e neanche durante gli altri momenti di crisi, mettendo a tacere le tante delusioni che, nonostante tutto, mi riservavi.  Eri TU la priorità. E sono stata lo stesso al tuo fianco, dalla tua parte, un solido appoggio, una certezza, fino a pochi giorni fa, finché non hai cercato, ancora una volta, d'ingannarmi con altre bugie. E' evidente che, ai tuoi occhi, non ho saputo darti abbastanza, in tutti questi anni, non tanto da meritare qualcosa di diverso dall'opportunismo, dall'indifferenza e dalla menzogna. Non hai più bisogno di me. E forse non l'hai mai avuta realmente. Ho compreso troppo tardi che non ero io la sola da cui cercavi sostegno, ma una fra tante. Tu sai a chi rivolgerti e come commuovere. Sei sempre stato bravissimo. Sai dove puoi prendere senza che questo comporti doverti spendere. Continua pure a riempire la tua vita di legami di superficie, a cercare, a rincorrere e a crearti stimoli fatti di nulla, fatui, inconsistenti, racimolando qua e là stupide briciole di fumo per colmare il vuoto che hai attorno, senza apprezzare e coltivare quello che ti viene donato con sentimento sincero.  Intravedi sempre altre spiagge all'orizzonte, più allettanti rispetto a quello che consideri un "porto sicuro", acquisito.  Tanto sei certo che, al tuo ritorno, sarà ancora lì, in attesa, pronto ad accoglierti. Invece, ora l'hai perduto, per sempre.  La mia arrendevolezza  ti ha reso forte e spavaldo, certo che non avrei potuto fare a meno di te. E troppo superficiale da non comprendere che, dopo anni di così tanto dolore, di delusioni così taglienti, dentro di me qualcosa si stava spezzando. "Piantala. Lo sai che non finirà", la tua affermazione. Eppure, questa volta ti sbagli. Tutto finisce, anche l'amore più profondo, quando si riesce a distruggerlo in questo modo. Non hai mai capito nulla, nulla, nemmeno che  una donna, in nome di un sentimento così, può annullarsi e perdonare l'impossibile, ma non di essere ripetutamente calpestata e derisa senza alcuno scrupolo. Io non ci sarò più, non per te.  

postato da: Saffo13 alle ore 00:20 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni, ricordi, i post di fra, raccontati
01/03/2008

I miei occhi......

Pensieri rubati

Occhi 1

Mi sei mancata, avrei voluto sentire la tua voce mischiata a quella del mare davanti, riempire i miei occhi dei tuoi, il tuo profumo a quello che mi circondava, ma sei virtuale. Pazienza. Tienimi dentro di te.

26-10-2004

Verrà il sole, e ci ritroverà a guardarci, con curiosità, ancora, ché non smetteremo mai di curiosarci......

6 marzo 2005-22:54

Leggere il colore dei tuoi occhi, sia in un bar di provincia, piuttosto che in tiva al mare, rimane, purtroppo, desiderio. Che non possiamo darci. Una scoperta. Una sorpresa. Sempre.

7 marzo 2005-00:31    

Ma tu sei distratta. Il piacere di rivederti, dopo mille giorni, guardare come mi guardi.....l'odiarti e desiderarti al tempo stesso............

3 aprile 2005 22:56

postato da: Saffo13 alle ore 23:24 | link | commenti
categorie: ricordi, i post di fra
08/02/2008

Libera

  

 

Per anni ho rincorso un sogno.

Ma si stava trasformando in incubo.

C'è voluto un dolore così tanto profondo,

per arrivare a soffrire di meno.

Ora sono fuori da quel vortice.

Libera.

postato da: Saffo13 alle ore 23:00 | link | commenti (9)
categorie: riflessioni, ricordi, arte, raccontati
31/01/2008

Una promessa

2-11-2007

dal tavolo 4

Continuerò a venire, Chicchi, è un impegno,

e siederò a quel tavolo, in tua compagnia,

poiché voglio che la nostra amicizia rimanga intatta.

Ricordi? Un giorno mi dicesti:

"Sappi che verranno tempi peggiori, non sarà sempre come oggi. Siine preparata.",

ma mai avrei potuto immaginare

quale ne sarebbe stato il prezzo.

Sebbene sappia che i ricordi mi faranno impazzire

e  ogni volta si riapriranno ferite,

verrò.

E, ti prego,

riservami sempre anche quel posto vuoto accanto a me. 

Lì, mai a nessuno permetterò di sostituire quell'assenza. 

Lealtà e rispetto mi sono stati negati.

Ma io sento di doverli all'Amore profondo

che mi ha sempre spinta a correre contro il tempo,

pur di rubare anche solo pochi attimi in più

da vivere a quel tavolo,

e raggiungere chi pensavo mi volesse lì, accanto a sé.

 Con me portavo la segreta speranza di trovarvi, almeno,

la sincerità di una carezza, di un sorriso, di uno sguardo d'affetto.

E con l'illusione che quel mio esserci

fosse bisogno e desiderio condivisi. 

Lì, non ho avuto pudore a mostrare

 la limpidezza del mio modo di darmi,

nonostante la consapevole umiliazione

che sarei stata usata ancora all'occorrenza

e poi di nuovo allontanata, rifiutata.

Non sarò io a dover abbassare lo sguardo.

 Né avrò vergogna di portare con dignità 

 il peso di questo Amore

donato a piene mani, senza riserve,

 alla sola condizione  dell'onestà,

tuttavia deriso e fatto a pezzi,

e il dolore immenso di anni e anni

di un grottesco, assurdo, meschino,

sporco gioco.

postato da: Saffo13 alle ore 01:06 | link | commenti
categorie: riflessioni, ricordi
24/01/2008

Monte del Lago

 Monte del lago

postato da: Saffo13 alle ore 21:44 | link | commenti (6)
categorie: ricordi, luoghi magici
10/01/2008

Il tavolo 4

Dal tavolo 4

Era un luogo, quello, dove credevo mi avesse voluto condurre perché gli faceva piacere "stare insieme". Quella sera aveva insistito affinché andassimo e, fino all’ultimo, non ero riuscita a capire dove fossimo diretti. Una sorpresa, disse, un posto molto particolare, dove si recava spesso. Gli chiesi se saremmo stati soli, aspettandomi una risposta affermativa, che, invece, fu vaga, volutamente non precisa, ma capii, dalla sua esitazione, che avremmo avuto compagnia. La conferma arrivò lungo il tragitto, sebbene continuasse a tergiversare. Mi accertai se avesse già prenotato. Con sicurezza affermò che non ce n'era bisogno. Mi chiese anche se avessi nulla in contrario. Tentai di esprimere perplessità, ma non aspettò la mia risposta. Però, ero curiosa.

Un posto in cui era perfettamente a suo agio, frequentato usualmente da anni, in cui ritrovò la solita cerchia di amici del tavolo 4, goliardici, simpatici, anche se, per me, perfetti sconosciuti. Più volte mi chiese se fossi a disagio, se mi sentissi fuori posto. Cosa avrei potuto rispondergli, se non che stavo bene, che non si preoccupasse, che,  anche senza prenderne parte, mi faceva piacere ascoltare le loro conversazioni, che mi divertivo a osservare e studiare quei tipi che animavano la serata con risate, battute, sottintesi, vino e sigarette. Certo, erano gentili con me, accorti, molto più di quanto lo fosse lui stesso, ma la loro lunga frequentazione permetteva una confidenzialità che non poteva essere anche la mia. Mi domandavo perché avesse voluto condurmi lì, tra gente che avrebbe potuto benissimo incontrare in altri momenti. Lo venni a scoprire più tardi, a poco a poco, durante le altre occasioni in cui ritornammo insieme. Lì dentro, lui si trasformava, abbassava la guardia, diventava improvvisamente allegro, rilassato, aperto, non più scostroso e burbero. Era se stesso. Mi aveva sempre confidato il suo amore per quel posto, per quella città, amore che mi aveva trasmesso con racconti di tante esperienze vissute. 

Mi piaceva andare, cominciavo ad affezionarmi a quel luogo, a sentirmi quasi di casa, a trovare simpatiche l’atmosfera scanzonata, informale, le chiacchiere sconclusionate e ironiche. C’erano, quando più quando meno, i soliti, e non si facevano certo scrupoli della mia presenza nell’usare liberamente battute e allusioni. Quest'atmosfera familiare, inusuale in altri simili contesti, m'affascinava e mi sentivo attratta e coinvolta nell'allegria generale.

Per quasi un anno, un lunghissimo  anno,  dovetti evitare di tornarvi. Non potevo, non sarei riuscita a varcare quella soglia senza che i ricordi mi piombassero addosso come una valanga gelida.  Mi mancò.......mi mancarono. Ma non avrei superato l'impatto di una non presenza o di una presenza che non fosse lì, come altre volte, anche per me.  Era netta la sensazione di sciupare qualcosa, di recidere un legame. E, soprattutto,  ritenevo fosse una mancanza di rispetto per quelle sensazioni che ancora mi portavo dentro e che desideravo proteggere e conservare intatte.

L'invito a ritornarci insieme, dopo così lunga assenza,  fu  una sorpresa. Venni accolta come se non fossi mai mancata: la stessa atmosfera, la stessa ospitale disponibilità. Danilo, Roberta, Valeria......anche tutti gli altri erano lì, niente era cambiato, neanche quel solito modo di "stare insieme", in un intreccio scomposto, incoerente e, all'apparenza, inconcludente di conversazioni su politica e donne, musica, sport, vino e ricette,  e battute ironiche, cazzeggi e tante risate....espressioni tutte di una grande amicizia.

A poco a poco il legame, con qualcuno in particolare, è diventato più profondo, poiché si è iniziato  a condividere anche confidenze, inquietudini, problemi, aspettative, illusioni e delusioni,   e i grandi dolori della vita. La comprensione, la solidarietà e l'appoggio espressi con parole di conforto, consigli e riflessioni, sguardi e polungati silenzi, niente di costruito, nulla di formale, ma vivo, partecipato, umano. 

Ora, per me, è  come un rifugio, un luogo che mi regala qualche attimo di distacco dal mio mondo reale. Vi trovo sorrisi, gentilezza e dimostrazioni d'affetto, un  posto che vivo a mio agio, dove poter essere me stessa e in cui, per quei pochi momenti,  riesco a respirare  una boccata d'aria di libertà.

E scappo lì........ogni qualvolta sento il bisogno di fuggire o di ritornare.  

postato da: Saffo13 alle ore 16:24 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, ricordi, luoghi magici, raccontati
09/01/2008

STRA

"Rubo" questo post dal blog http://condoricose.splinder.com/archive/2007-06 e mi scuso con l'autore, Riccardo Madrid, per  l'abuso, ma anch'io amo Ancona e quel posto in particolare, a cui sono legata da intensi ricordi. Nel leggere questo scritto, ho provato molta emozione. Andarvi è sempre una grande gioia. Ho profonda stima di Danilo, Chicchi, e nutro per lui un affetto sincero.  Il merito dell'accoglienza e dell'amicizia che vi trovo, va a chi mi ci ha portata la prima volta, tanto tempo addietro, e con cui ho continuato a condividere il piacere di "stare insieme", al tavolo 4: FRA.

 vicolo di strabacco

Vicolo di Strabacco

La produzione di acquarelli da portarmi in Cile va avanti e mi obbliga a guardare questa mia città non con gli occhi di chi passa per le vie distratto e di corsa perché deve arrivare da un posto all’altro in fretta e per lavoro. No, mi obbliga  a guardare gli angoli, le piazze e le strade  e pensare a cosa c’è dietro i muri, ad immaginare come sarebbe quel posto senza macchine,  a pensare che, tutto sommato, Ancona è più bella di quanto i suoi abitanti credano.

Affianco a  questo vicolo, ad esempio,  c’è  Strabacco” (osteria-teatro). Diciamo che  nell’anima è una raffinata “osteria” dove il titolare, Danilo, ha fatto veramente “un ristorante di un certo tipo”. Ho sentito tantissime volte persone che si proponevano di “mettere su” un luogo così: “di un certo tipo”, senza definire mai di quale tipo si trattasse e quindi senza riuscirci.  Danilo lo ha definito e, lavorando molto, ci è riuscito.  

Aperto nel 1978, aveva  in cucina una  macchina a gas con quattro fornelli, uguale  a quella che c’era a casa mia. e forse, se è possibile,  più sgangherata. C’era qualche tavolo, qualche sedia e tante idee, ma soprattutto c’era la presenza carismatica di una persona convinta  che la gastronomia seria è cultura.

Danilo ha studiato, ha studiato tanto le tradizioni culinarie delle Marche, i suoi vini, i suoi prodotti, è andato a  scovare tutti i “segreti della nonna” . Poi è cresciuto con intelligenza ed è stato bravissimo a non perdere  lo spirito degli inizi, e cioè quello di un luogo dove non c’è bisogno di conoscere una persona per sedersi allo stesso tavolo.

Da Strabacco si può “stare insieme”. Non sono un cliente assiduo, ma molte cene o pranzi “importanti” li ho fatto lì. Chi serve a tavola non arriva certo con lo smoking, ma arriva con quel  sorriso che ti fa sentire a casa. Poi passa Lui a salutare sempre con le parole appropriate, si tratti di un giornalista, di un ambasciatore, di un attore, di un politico, di un gastronomo o semplicemente si tratti di me che non sono nulla di tutto ciò. Con Danilo ho un debito.

Molte volte ho citato in Condoricose i “miei raccontini” e di questi ne ho pubblicato uno solo. Si tratta de “L’ancora e la locomotiva”, un ricordo del mio peregrinare  tra le case che Neruda ha lasciato in Cile. La “edizione” è un volumetto di 20 pagine (cm 10x14) stampato con una certa eleganza in occasione di un recital di poesie del Premio Nobel e soprattutto finanziato da Strabacco. A questo punto credo che l’acquarello non lo porterò in Cile, ma lo regalerò a Danilo.

Commento al post

Emozionato! Non credo che questo aggettivo rappresenti davvero il mio stato d'animo nel leggere il tuo scritto sul blog. Grazie Ricardo. Hai ragione nel dire che la cosa più difficile è stata quella di mantenere inalterato lo spirito dei ventanni. Quello spirito audace, aggressivo e spericolato proprio di quella età. Poi crescono le responsabilità, i doveri verso coloro che lavorano e sudano con te e cedi a qualche compromesso. Mandi a quel paese un po' meno gente, soppesi di più le tue gesta.....insomma, cerchi di cescere. Ci provi. La cucina una volta era economica, si chiamava così, ora di economico nel mio laboratorio non c'è più niente. Continuo ad elaborare filosofie di comportamento gastronomico, ma sono sempre più convinto che la cucina debba assomigliare alla vita....pochi fronzoli inutili e più qualità. Solo così i piatti rispecchieranno noi stessi, la nostra cultura, la nostra italianità e, consentimi, la nostra marchigianità. Io sono Danilo, quello che ha perso troppo presto i genitori, talmente presto che la mia cultura non è stata influenzata da insegnamenti ed educazione di maniera, di buona famiglia. Ogni cosa l'ho pesata con i miei occhi, con la mia testa, con il mio istinto. Ed è con questo istinto che ho abbracciato con entusiasmo l'idea di stampare insieme a te quel libello di poesie. Mi piacerebbe che tu ne riempissi altre di quelle pagine per continuare a leggerle insieme a te. Dimenticavo....grazie per il tuo acquarello. E' un bellissimo regalo!
Danilo.
30 Giugno 2007 - 00:23
postato da: Saffo13 alle ore 23:27 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, ricordi, suggerimenti, luoghi magici
02/01/2008

Carpe diem

4yq2a1w.jpg picture by babsy_photos

Voglio riproporre un commento a un mio post di quasi quattro anni fa. Non portava né firma né altra indicazione. Anonimamente bello e struggente. Ma, anche dopo così tanto tempo, queste parole continuano a suscitare emozioni. Mi farebbe immenso piacere "ritrovare" chi le ha lasciate sparse qui dentro.....

 

25 Aprile 2004 - 15:22

"Ormai vivo di attimi. Lavoro, metropolitana, viaggi, ufficio, moglie, figli, amici, colleghi, parenti... ma il mio cuore è in un luogo solo, accanto a una donna con cui vivo momenti di sincerità, gioia, dolcezza e malinconia... Un luogo che non si può manifestare che in minuti imprevedibili in cui il tempo si ferma, lo spazio si dilata, e poi... poi torna tutto come prima... torniamo nelle nostre vite con la certezza di avere in comune un'isola segreta... nota solo a noi due. Ecco il mio carpe diem."
postato da: Saffo13 alle ore 22:17 | link | commenti (5)
categorie: ricordi, suggerimenti
12/10/2007

Dirlo con un fiore.....

Quel giorno

disegnò una margherita sulla mia pelle,

calcolandone minuziosamente i petali.

Nessun bisogno che li contassi.

Erano esattamente 

quelli che gli servivano.

E, con essi, 

ancora una volta intese fare chiarezza.

Poi, però, con tratto leggero, vi aggiunse

un altro minuscolo petalo,

distante, distaccato

come fosse volato via lontano.

Cercai di proteggere, di conservare

a lungo quella margherita,

l'unico fiore,

l'unica cosa che mi abbia mai regalato.

"Un simbolo di pace, di riconciliazione, d'affetto" ,

mi disse.

Allora diventò infinitamente preziosa.

Ma, a poco a poco, si dileguò.

Infine scomparve.

E con lei,

anche chi l'ha lasciata lì,

invisibile

ma  come un marchio inciso,

che continua a scavare,

a bruciare 

dentro la pelle.

postato da: Saffo13 alle ore 01:04 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, ricordi, raccontati
28/09/2007

Porto Selvaggio

Ricordo il cenno della sua mano, nell'auto che mi precedeva, a indicarmi questo luogo incantato. Non c'era tempo, neppure per una brevissima sosta. Solo uno sguardo veloce per catturarne l'immagine. E, dentro di me, la tacita promessa che vi sarei tornata. Ho ripercorso con le stesse emozioni la strada sinuosa che costeggia quel mare cristallino. Sulla pelle, il sole ancora limpido riscaldava la lieve brezza frizzante. Cielo, terra, mare: linee perfette e contrasti abbaglianti di luce e colori. Nei ricordi, riaffiora nitido e inesorabile un senso di profonda mancanza. In quel meraviglioso abbraccio dei sensi, è solitudine.

postato da: Saffo13 alle ore 22:39 | link | commenti (3)
categorie: ricordi, luoghi magici
02/09/2007

24/03/06 ore 02:00

Ebbene no, non osai. Non mi mossi. Rimasi semplicemente al mio posto, limitandomi ad amarla con tutta l'anima. E quando ci lasciammo, quella sera, non l'avevo baciata. Ricordo però la prima volta che la baciai, nel dirle addio, un momento solenne per il quale dovetti raccogliere tutto il mio coraggio. Non riuscimmo mai a procurarci più di una dozzina di appuntamenti di nascosto, e ci baciammo forse una dozzina di volte, come si baciano i giovinetti, brevemente, ingenuamente, con stupore quasi. Non la condussi mai in nessun luogo di divertimento, nemmeno ad un matinee; una sola volta mangiammo insieme cinque centesimi di caramelle. Ma ho sempre fermamente creduto che lei mi amasse. Io so di averla profondamente amata; fantasticai e sognai di lei per un anno intero e forse più, e ancor oggi il suo ricordo mi è molto caro.

(Jack London, Ricordi di un Bevitore)
postato da: Saffo13 alle ore 10:44 | link | commenti (6)
categorie: ricordi, i post di fra
01/07/2007

Voglia di mare

Anch'io avevo voglia di mare,

voglia di mare con te

postato da: Saffo13 alle ore 18:30 | link | commenti (16)
categorie: riflessioni, ricordi, luoghi magici
30/06/2007

Pensieri

 

Ho cercato di rincorrere i tuoi pensieri,

li ho inseguiti a lungo, oltre quel mare.

Chiaro il silenzio, più di mille altre parole.

Colore, luce, profumi, bellezza.

Perfezione assoluta.

Mancava soltanto una nave

per salpare e sparire, lontano.......

postato da: Saffo13 alle ore 00:14 | link | commenti (8)
categorie: ricordi, luoghi magici
20/05/2007

Le navi al porto

      

Ricordo quel giorno, al porto.

Seduti vicini, in silenzio. 

Guardavamo partire le navi.

Partiamo? Sì, partiamo.

Ma restavamo lì, in silenzio,

a guardare partire le navi.

postato da: Saffo13 alle ore 22:28 | link | commenti (19)
categorie: ricordi, luoghi magici
24/01/2007

Questa città

Qui sono i miei ricordi....lontani, come ora lo è chi mi lega indissolubilmente a questa città.

postato da: Saffo13 alle ore 22:15 | link | commenti (5)
categorie: ricordi, luoghi magici
13/11/2006

Rammarico

Tramonto S.Maria di Leuca

Mi chiedo, con sempre maggiore rammarico e tanta nostalgia, quanti di questi spettacoli sto perdendo, restando in un luogo non mio.

Mi chiedo perché debba essere così "legata",  come una prigioniera, quando avrei solo desiderio di andare.

Ormai non c'è più molto, qui, per cui valga la pena restare. 

postato da: Saffo13 alle ore 21:20 | link | commenti (50)
categorie: riflessioni, ricordi, luoghi magici, raccontati
21/08/2006

Mare

Alba

 

Tramonto

Ed è già nostalgia........

postato da: Saffo13 alle ore 23:04 | link | commenti (15)
categorie: ricordi, luoghi magici
08/07/2006

Primi amori

Vincent van Gogh, Campo di papaveri

Avevo appena sostenuto l’esame di maturità e mi sentivo libera come non mi era mai accaduto nei precedenti anni, libera da un peso che, sebbene fossero in molti a dirmi che non era proprio il caso mi preoccupassi, avevo avvertito tanto pressante. Ricordo le notti insonni sui libri, a ripassare, ad approfondire, a valutare tutte le variabili che mi avrebbero portato al successo o all’insuccesso. Ero sempre stata molto brava a scuola, ma, in quel frangente, l’insicurezza e il dubbio avevano il sopravvento, temevo di deludere le aspettative e, soprattutto, di deludere me stessa. Avevo scelto, come prima materia, italiano e non mi sarei aspettata che vi affiancassero filosofia. Non ho mai amato questa disciplina, la trovo molto poco pratica, più adatta a chi ama ragionare per assurdi, formulare ipotesi, fondata solo sul pensiero e non sull’azione, senza poter sperimentare concretamente e occare con mano. L’avevo studiata sempre malvolentieri, e, sebbene riuscissi ad ottenere buonissimi risultati, ero consapevole di non averne una visione globale, ma piuttosto frammentaria, cosa che non mi permetteva di fare pronti collegamenti o di ricordare con precisione. Nell’intervallo tra gli scritti e l’orale, dovetti fare salti mortali per riprendere il programma dall’inizio, cercare di capire e tenere tutto a mente.

L’esame andò benissimo comunque e, dopo i risultati, andai in vacanza in un piccolo paese di duecento anime appena, per lo più parenti, alla sommità dell’Appennino marchigiano, con al centro una piazza talmente grande che avrebbe potuto comodamente contenere interamente le sue case. Un paese che sembrava uscito da un quadro naif, collegato alla valle da una strada sretta che s’inerpicava e finiva su su per la montagna, conducendo ai prati, da dove si potevano scorgere altre montagne ancora più alte, colline degradanti, paesi e cittadine e, in fondo in fondo, nelle giornate più limpide, il mare. Di particolare aveva il nome, che faceva presagire la presenza di un lago, ma il lago non c'era, né so se fosse  mai esistito,  forse in era preistorica. Molti erano i turisti che si avventuravano fin lassù, ingannati dai cartelli  stradali, alla ricerca di uno specchio d'acqua tra i monti. D'inverno, la neve abbondante isolava gli abitanti per giorni interi, finché non riuscivano a liberare quell'unica via di comunicazione. Poco prima di arrivare alle abitazioni, sempre lungo la strada, un abbeveratoio-lavatoio in pietra bianca, incassato in un masso di roccia, con acqua freschissima della sorgente più sopra, era la meta preferita delle nostre passeggiate, dove sostavamo a lungo a parlare. Al crocevia, vicino al quale svettava il campanile di una minuscola chiesa, esagratamente alto in confronto alla piccolezza del restante edificio, le cui campane suonavano annunciando l'ora della messa, delle funzioni, dei funerali e per allontanare il pericolo di temporali portatori di grandine, devastanti per i miseri raccolti di una terra poco produttiva, la strada si divideva in quattro rami: il primo, poco più giù, si allargava nell’enorme piazza di breccia bianca, polverosa, circondata dalle case più antiche, da alberi di tiglio e noce, e rustiche panchine di tavole e travi, appoggiate su massi di pietra, dove gli anziani trascorrevano gran parte della giornata, osservando quel fermento inusuale, proprio solo della stagione estiva. In fondo, a destra, un gioco di bocce costruito alla meglio, con materiali di fortuna raccapezzati e non rifiniti, pezzi di latta e legno come sponde, un fondo non so quanto in piano, ma l'espediente serviva per passare il tempo, in quell'atmosfera irreale di staticità, in cui proprio il tempo sembrava essersi fermato. Prima ancora di arrivare allo slargo, sulla destra, una minuscola costruzione anni '50, squadrata, che stonava clamorosamente con tutto il contesto del centro storico, ospitava la scuola elementare, formata da un'unica pluriclasse per i pochi bambini di età varia, residenti nel posto, e la maestra, che trascorreva lì gran parte dell'anno, fatta eccezione per le vacanze.  L'altra ramificazione della via principale conduceva alla parte alta del paese, dove le case erano più ravvicinate, arroccate, costruite su roccia; un'altra, che poco dopo diventava viottolo erboso, guidava verso il piccolo silenzioso cimitero, le cui tombe interrate risalivano a tempi antichissimi e racchiudevano gelosamente la storia del luogo. L’altra diramazione si dirigeva al monte e al rifugio, al cui inizio troneggiava un' edicola in pietra con tetto di legno e coppi, consumato dal tempo e dalle intemperie. Questa, sempre stracolma di un miscuglio di mazzi di fiori campestri freschi, appassiti e secchi, racchiudeva, al suo interno, un Crocifisso, ormai scolorito e mancante di qualche buon pezzo, resti di lumini di cera, barattoli di latta arrugginita usati pr mettere i fiori e una miriade di formiche in interminabili file. Lungo la via, a tratti in salita, a tratti in piano, si potevano scorgere ampi prati di un verde brillante, mucche e pecore al pascolo e alberi ombrosi.

Sulla piazza, una bottega, l’unica: fungeva da bar, alimentari, merceria, ferramenta, farmacia, telefono pubblico….c’era di tutto e non c’era mai niente di quello che poteva servire d’urgenza. In una stanza, posta su uno scaffale in alto, la televisione, credo l'unica esistente in paese. Era anche ristorante, o meglio, aveva la pretesa di esserlo,  con tavolini, sedie  e tovaglie a quadretti che, all'occorrenza, venivano accatastati per fare più spazio. Gli avventori domenicali, provenienti dalle cittadine a valle, salivano per gustare tagliatelle fatte in casa, polenta, salumi, formaggio, carne alla brace, funghi del monte, erba di campo, patate e pane cotto a legna. Arrivavano con le auto giù fino alla piazza, sollevando un polverone che stentava a dissolversi, chiassosi e con aria di sufficienza, come per farla da padroni. Non erano ben visti dalla gente del posto, disturbavano la quiete e sconvolgevano quell' atmosfera tranquilla, quel senso di pacatezza e quel silenzio proprio della vastità del luogo: in quell'enorme spazio, pur vivendolo quotidianamente come fosse casa propria, pur se molti degli abitanti vi si riversavano  a gruppi o in solitudine, nessuno disturbava la tranquillità dell'altro, nessuno rubava spazio all'altro. E le scorribande di comitive vocianti ed irrispettose, non facevano altro che alterare quell'equilibrio diventato, ormai, modo di vivere condiviso dall'intera comunità.

Le donne del paese si accordavano per accendere l’unico forno, comune a tutti, e si assisteva al via vai incessante di pane appena lievitato adagiato su assi di legno e coperto da teli bianchissimi, teglie di carne, verdure, dolci, una processione che durava fino all’imbrunire. Quelle sensazioni di solidarietà, allegria, convivialità, comunione e quei tanti profumi, li porto ancora dentro. Il forno era situato poco sotto casa di mia nonna, all’inizio dell’aia, piastrellata con pietra bianca, lucida per il continuo calpestare, circondato da alberi di fico e di visciole, arbusti di rosmarino, alloro e rose selvatiche  e, ancora oltre, alcuni pagliai dal colore brunastro. Amavo assistere al rituale della preparazione, dell'accensione del fuoco, a cui partecipavano anche gli uomini, e della cottura dei cibi, eclusiva riservata alle sole donne, in quell'atmosfera di festa, tra il vociare scomposto delle comari, le risate, gli scherzi, le battute e lo scorazzare libero di galline, oche, anatre e tacchini perennemente inseguiti da gatti e cani. Poco più là, uno spiazzo degradava dolcemente, quasi fosse una naturale balconata piena di papaveri di un rosso vivo, cespugli bianchi di camomilla e il giallo delle ginestre, i cui odori si acuivano maggiormente  nelle serate più calde, e la vista si allargava verso le montagne lontane e le colline sottostanti. Al tramonto, l'aria diventava cristallina e frizzante, i colori si accendevano e le forme si facevano più nitide, più delineate, fino a scomparire nel buio assoluto, inghiottite da un cielo nero come la pece, punteggiato di milioni di stelle.

In un paesino così minuscolo, al limite del surreale, non c’era poi tanto per noi giovani, eppure ci ritrovavamo tutti lì, all’inizio dell’estate, come per un tacito appuntamento. Amici, cugini, zii, chi prima, chi più tardi, ritornavano dopo un anno di lontananza ed era come se nessuno di noi fosse mai partito: l’atmosfera goliardica e scanzonata si ristabiliva in un attimo e si organizzava di tutto, in breve tempo, bastava lanciare un’idea, fare una proposta, prendere l’iniziativa, che tutti collaboravano, e si passava da una casa all’altra, da un posto all’altro, insieme, senza discutere, di comune accordo. Bastava poco per star bene, c’era entusiasmo, non si era alla ricerca dell’eccesso, del divertimento a tutti i costi, nessuna falsità nelle risate gioiose e spontanee. Eravamo in molti, abitavamo in varie parti d’Italia e qualcuno anche all’estero; avevamo culture diverse, anche vite molto diverse e tante esperienze da raccontarci. I pochissimi nostri coetanei che risiedevano nel paesino, attendevano con ansia, ogni estate, questa truppa di chiassosi giovani amici ed era una festa continua, fino a notte inoltrata, all’aperto, sotto le stelle, sdraiati sui plaid e avvolti nei maglioni di lana, stretti in cerchio attorno ad un falò, a suonare la chitarra, a cantare, a fare scorpacciate di fichi appena raccolti, a cuocere i “tutoli” rubati nei campi, fin quasi all’alba. Eravamo spensierati, non conoscevamo la noia né il senso di solitudine né la tristezza. Eppure la vita non era facile, le nostre famiglie facevano immani sacrifici, le comodità erano privilegio di pochi, non avevamo che qualche spicciolo in tasca, ma guardavamo al futuro con occhi sereni, colmi di speranza ed aspettativa. Quello che ci mancava era tanto, ma avevamo la capacità di dare grande valore a quel poco che, invece, possedevamo e che ora riconosco fosse la vera ricchezza.

Intuii subito, appena arrivata, che c’era qualcosa di nuovo, un fermento diverso tra le amiche del nostro gruppo. Non si faceva altro che parlare di un ragazzo, Pedro, di origine spagnola, fratello della moglie di un mio cugino, arrivato in Italia per una vacanza, ma lì di passaggio. Non avevo prestato molta attenzione ai discorsi che le mie amiche facevano su di lui, sebbene mi chiedessero insistentemente se l’avessi visto, mostrandosi dubbiose al mio diniego. Sembrava molto strano che non mi fossi imbattuta con lui, dato che abitava in un appartamento situato nella stessa palazzina dove mi recavo spesso a far visita ai miei parenti. Eppure, per giorni non mi capitò mai d’incrociarlo. Sentivo solo rumori e musica provenire dal piano di sopra, nient’altro. Non ero incuriosita, nonostante parlare di lui fosse diventato l’argomento principale dei discorsi della nostra comitiva. Ricordo che una mattina venne a cercarmi Maria, la sorella, e mi chiese il favore di includere anche Pedro nel nostro gruppo, dato che trascorreva intere giornate in camera, da solo, e, viste anche le difficoltà della lingua, non sarebbe riuscito ad inserirsi e fare amicizia senza l'aiuto di qualcuno. "Proprio io, con tanti che ce ne sono in giro", pensai subito. Ero abbastanza contrariata, lo vedevo come un impegno e una limitazione alla mia libertà di movimento, ma non potevo far altro che acconsentire alle richieste. Sperai solo, in cuor mio, che fosse diverso dalla sorella......Fu così che lo conobbi. Andammo in camera sua, piena di musicassette, ordinatissima. Fu ciò che notai subito, ancor prima di metterlo completamente a fuoco.  

Era sdraiato, forse sonnecchiava. Si alzò piuttosto imbarazzato. Di fronte a me avevo il più bel ragazzo mai visto. Compresi immediatamente il perché di quel tanto parlare: capelli neri, ondulati, leggermente lunghi sulla nuca, carnagione olivastra, fisico atletico, muscoloso, occhi di un verde incredibile, un sorriso smagliante, bellissimo. Era di cinque anni maggiore di me e aveva sempre lavorato, in Francia e Germania, per mantenersi agli studi di medicina.

Ci presentammo, solo i rispettivi nomi e una stretta di mano. La sorella doveva necessariamente tradurre. Mi chiese se parlavo spagnolo, poi tedesco e infine francese. Niente di tutto ciò, solo un po’ d’inglese, fresco di studi, ma era lui a non conoscerlo. Alla mia battuta scoraggiata: “E allora, mi sai dire come facciamo?”, si mise a ridere, ne fui contagiata e, tra noi, s’istaurò immediatamente simpatia. Da allora divenne la mia ombra, il mio angelo custode, non mi lasciava un attimo. Riuscivamo a comprenderci con qualche parola di spagnolo misto all’italiano, ma soprattutto a gesti. Parlavo di più io, cercavo di farmi capire, mi seguiva attentamente, a tratti sembrava comprendere, a volte annuiva, altre volte, per quanto si sforzasse, era chiaro che non riusciva a seguire i miei discorsi. Se eravamo in comitiva, una parola tira l’altra, un po’ di francese, un po' di tedeso, lingue che lui conosceva perfettamente, era più semplice. Ma, a tu per tu, a volte il silenzio era inevitabile. Però non c’era imbarazzo, tra noi. Mi guardava negli occhi, diretto e sorridente, ma arrossiva, se anche il mio sguardo si faceva insistente. La sera, dopo giornate solitamente trascorse tra picnic in montagna con tutti gli amici, passeggiate o gite in posti più lontani,  zeppati quanti più possibile nella sua auto e nelle poche altre a disposizione della comitiva, mi riaccompagnava a casa e, sempre a gesti e con un buffo miscuglio di parole quasi incomprensibili, con quella piacevole musicalità che contraddistingue la sua lingua d'origine, faceva concitati programmi per l’indomani, con entusiasmo, sempre sicuro di sé e volitivo. Poi seppi, per caso, che era anche un abile ballerino di flamenco. Dovetti insistere a lungo affinché cedesse alle richieste di un’esibizione. Fu entusiasmante, coinvolgente. Per tutto il tempo non mi tolse gli occhi di dosso e vedevo gli sguardi ammiccanti, i sorrisetti allusivi degli amici e anche una punta d'invidia nelle ragazze. Ho il ricordo della bellezza del suo corpo flessuoso nei movimenti precisi e sensuali e della passione che sprigionava da ogni suo gesto.

Di lì a poco iniziarono a stuzzicarmi, a prendermi in giro, alludendo al mio rapporto con Pedro. Insistevo nel dire che la nostra era solo amicizia, ma con sicurezza affermavano che ero cieca a non accorgermi del suo interesse nei miei confronti. Sempre più spesso lui cercava di rimanere da solo con me, di staccarci dal gruppo, ma non avevo dato alcun peso al suo atteggiamento, di solito ero io che decidevo cosa fare e si mostrava sempre accondiscendente e disponibile. Stranamente, rimandava la partenza, giorno dopo giorno, questo sì. Non l’avevo certo imputato al fatto che si fosse preso una cotta per me, ma che stesse gradatamente inserendosi all'interno della comitiva e trovava divertente stare con noi. Poi partii per il mare, al sud, un regalo per il diploma. Ricordo ancora, come fosse oggi, io in cima alle scale esterne della vecchia casa di mia nonna, lui in fondo, bellissimo, lo sguardo magnetico, con una rosa rossa in mano. Era venuto a salutarmi. “Te spetto achì”, mi disse in un misto di spagnolo e italiano. Ebbi allora la certezza che era rimasto per me.

(continua……)

postato da: Saffo13 alle ore 23:11 | link | commenti (15)
categorie: ricordi, arte, raccontati
04/06/2006

Primi amori......

 

Vincen Van Gogh, Liliac bush

Avevo poco più di quindici anni. Una cotta di quelle improvvise, fulminanti, per un ragazzo all' ultimo anno delle superiori, Nicola. Non so quanto bello, ma allora mi pareva stupendo. Io non ero un granché, con qualche chilo di troppo, molto esuberante, ma ancora fisicamente impacciata, non consapevole che avrei potuto fare molto per migliorare il mio aspetto e piacere di più. Ma ero immatura, allora, non pienamente cosciente di me stessa, con scarsa autostima,  consapevole solo che non ero una sciocca, e era ciò che, per me, contava di più. E invidiavo le  mie compagne, già  ben formate, che si potevano permettere jeans attillati, magliettine aderenti e minigonne. Lui mi piaceva, lo sapeva e così pure gli altri. Io, forse, gli ero solo simpatica. Andavamo a scuola con il treno e cercavo, ogni mattina, di tenergli il posto accanto al mio o, se non sedeva, mi alzavo io per stargli vicino. Non avevo remore a mostrare i tanti stratagemmi per attirare la sua attenzione. Scherzava con me, questo sì, ma lungi dal dimostrare altro interesse. Non sempre le mie accortezze gli facevano piacere e avvertivo che, spesso, cercava di evitarmi. Coglievo sguardi d' intesa tra lui e gli amici, a volte commenti poco carini, a volte derisione, ma ero imperterrita a non leggerli come fastidio, incoscientemente determinata a mettermi in mostra, a compiacerlo, nella speranza che, prima o poi, qualcosa succedesse. Le mie amiche flirtavano già coi ragazzi, da tempo, anche quelle meno belle, e mi chiedevo cosa avessi, io, per non suscitare interesse in chi mi piaceva.  Poi, un giorno, non so come, apparve, nel nostro gruppo, una biondina, capelli sottili a caschetto, esile, pallida, dai lineamenti minuti, perfettamente truccata, molto composta e ordinata, vestita in modo rigorosamente classico, come una collegiale. Lisa  fu subito accolta nel giro perché, si diceva, avesse problemi in famiglia e aveva bisogno di essere integrata in un gruppo di amici. Mi sentii subito paladina e cercai di entrare nelle sue grazie. Ma non so se per timidezza o perché un po' se la tirava, parlava con un filo di voce, stava sulle sue, piuttosto in disparte, non sembrava particolarmente interessata ai nostri schiamazzi. Cercavamo di coinvolgerla nei giochi e nelle battute, ma accennava appena un sorriso, poche parole e tornava a guardare fuori dal finestrino, assente. Colsi più volte lo sguardo di lui cercare i suoi occhi, ma non capii subito. In seguito mi dissero che stavano insieme. Era successo tutto in sordina, inaspettatamente. O ero io a non essere stata messa al corrente. La presi nel modo in cui si accusano certi colpi a quell'età. Non bene, ma neanche soffrii più di tanto. Possedevo una grande capacità di rassegnazione e una sorta di fatalismo che mi consolava nelle sconfitte. Li osservavo sedere vicini, lei distaccata, lui, premuroso, le teneva la mano, qualche volta la sfiorava con qualche bacio, lei non pareva gradire, mai un cedimento, mai un gesto spontaneo,  solo controllata gentilezza, e mi chiedevo se fosse davvero innamorata o avesse ceduto più perché era un ragazzo ambito e conteso, che per convinzione. Per me, comunque, rimaneva un amico con cui scherzare e spesso c'incontravamo durante il viaggio di ritorno, di sera,  e, senza l'affollamento della mattina, senza i suoi compagni, era meno teso e si lasciava avvicinare. Ma non affrontai mai l'argomento Lisa, con lui.  Non mi rendevo conto che egli cercava ragazze più grandi, più vicine alla sua età, più appariscenti,  e non poteva confondersi con una ragazzina dal corpo ancora informe, piuttosto goffa, che si atteggiava a donna che ancora non era. Non capivo, però, la sua scelta. Ero ingenuamente convinta che l'intelligenza, il saper parlare, la bravura a scuola, potessero attirare i ragazzi più di un bel paio di tette e un bel sedere. Tutti dicevano che avevo magnifici occhi ed erano quelli, oltre alla parlantina, che cercavo di usare come arma di seduzione. Ma senza successo.

Arrivò il giorno del suo esame di maturità. Con vari stratagemmi riuscii ad andare. Nascosta dietro la porta, assistetti finchè non terminò ed ero in ansia per lui. Poi l'attesi fuori. Lisa non c'era. Fu molto sorpreso di vedermi. Capii, dopo, che era anche contrariato, nonostante non me lo avesse detto apertamente. Mi aspettavo di leggere piacere nei suoi occhi, ma  scappò via quasi subito, il tempo di chiedergli dove fosse lei. Non la vedeva più, c'era qualcosa, nella loro storia, che  non aveva funzionato. Ma era chiaro, chiarissimo, che io non gli piacevo. Per la prima volta, in vita mia, capii cosa volesse dire sentirsi fuori posto, a disagio, provare vergogna per un atto spontaneo, ma considerato pura invadenza.

Lo persi di vista per quattro, cinque anni.

Una mattina l'incontrai per caso. Lo riconobbi immediatamente, ma lui, al mio cenno di saluto, dovette raccogliere le idee per capire. Non ero rimasta di certo l'insignificante ragazzina quindicenne che gli moriva dietro. Colsi nei suoi occhi stupore e ammirazione. Quell'espressione l'ho ancora nitida davanti. Restammo a parlare, un iniziale imbarazzo, le solite frasi di convenevoli, mentre il suo sguardo indagatore si spostava dai miei occhi a tutto il resto. Mi sentivo attentamente osservata e valutata, questa volta per niente a disagio, sicura di me, lo guardavo fisso nel suo, senza timore e lui era animatamente gentile, ossequioso, accondiscendente, mi copriva di domande e di complimenti. Ogni tanto mi poggiava la mano sulle spalle, sulle braccia, mi sfiorava le mani, nel tentativo di stabilire un contatto, di instaurare confidenzialità tra noi. Ascoltava con attenzione, annuendo, sorridendo, ammiccando e con espressione rapita. Divenne più audace, affermando, senza mezzi termini, che avrebbe voluto rivedermi, che potevamo uscire insieme, che gli avrebbe fatto immenso piacere frequentarmi, soprattutto in nome dell'antica amicizia. Quest'ultima parola mi risuonò piuttosto stonata. Mi disse che sarebbe stato bello sapere di noi, di cosa era accaduto dopo esserci persi di vista. Non avrei avuto impedimenti a incontrarlo. Ebbi la tentazione immediata di acconsentire, un'occasione di  sfida per togliermi una soddisfazione. Era proprio attraente, più di quanto ricordassi. Ma la mia mente fece un salto improvviso indietro nel tempo, tornò a  un' afosa giornata di luglio, rimandandomi l'immagine di un'adolescente vestita di bianco, l'abito più bello che avesse, trepidante, in attesa, nascosta dietro una porta.......e un ragazzo indifferente che aveva fretta, una gran fretta di andare.........lasciandola lì, sola e delusa. Provai pena e un' infinita tenerezza  per quella me stessa di allora. Capii che rincorrere una rivincita sarebbe stato perderci in dignità.

E il NO deciso mi venne dal profondo del cuore. 

Insistette appena. Ma non ci fu bisogno di altre parole. Colse un lampo nei miei occhi e comprese.

postato da: Saffo13 alle ore 19:07 | link | commenti (24)
categorie: riflessioni, ricordi
23/05/2006

Fragile

Pierre Auguste Renoir, Rose et jasmin

If blood will flow when flesh and steel are one
Drying in the colour of the evening sun
Tomorrow's rain will wash the stains away
But something in our minds will always stay

Perhaps this final act was meant
To clinch a lifetime's argument
That nothing comes from violence and nothing ever could
For all those born beneath an angry star
Lest we forget how fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are

 Sting

postato da: Saffo13 alle ore 13:25 | link | commenti (1)
categorie: musica, ricordi, arte
16/04/2006

Da un amico .......per me

Claude Monet, Donne in giardino

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo la caduta, che uno dice…è finita. No. Finita mai, per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina antiuomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina hai un esame peggio che a scuola….Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno e questo noviziato non finisce mai, e sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo, che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno si infiltri nella tua vita. Peggio, se ci rimani presa in mezzo tu, poi ci soffri come un cane. Sei stanca. C'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto, e così stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre…."io sto bene così, sto bene così, sto meglio così"…e il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasque, in quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima, ed è passato tanto tempo e ce ne hai buttata talmente tanta, di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio, perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui. E so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta. Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine, ed è stata crisi. E hai pianto. Dio, quanto piangete. Avete una sorgente d'acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance.
E poi hai scavato, hai parlato…quanto parlate ragazze.
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore…."perché faccio così?"…"com'è che ripeto sempre lo stesso schema?"…"sono forse pazza?"…Se lo sono chiesto tutte. E allora... vai, giù con la ruspa nella tua storia, a due, quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli, un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque. Ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova "te", perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa…
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente, innamorarsi di nuovo di se stessi o farlo per la prima volta è come un diesel, parte piano. Bisogna insistere, ma quando va in corsa... E' un'avventura ricostruire se stesse, la più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende, o dal taglio dei capelli. Io ho sempre adorato donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire…"attenti…il cantiere è aperto…stiamo lavorando per voi... ma soprattutto per noi stesse…".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia, per chi la incontra e per se stessa.
E' la primavera a novembre. Quando meno te l'aspetti........

Jack Folla, Donne in rinascita

postato da: Saffo13 alle ore 23:30 | link | commenti (15)
categorie: riflessioni, ricordi, letture, arte, raccontati
16/02/2006

A me pare uguale agli dei

Gustav Klimt, Adamo ed Eva

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce e la lingua si lega.
Un fuoco sottile sale rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.

(Saffo)

postato da: Saffo13 alle ore 22:57 | link | commenti (7)
categorie: poesie,